In arrivo il 25 settembre su NetflixWayward – Ribelli è una miniserie in otto episodi che mescola thriller, teen drama e dramma familiare. Creata dall’autore e attore canadese Mae Martin, che figura anche nel cast, la serie vede tra i protagonisti Toni Collette, Alyvia Alyn Lind, Patrick J. AdamsSydney Topliffe e Josh Close. Prodotta da Objective Fiction e Sphere Media, Wayward si inserisce nel filone delle storie ambientate nelle piccole comunità americane, dove dietro una superficie di normalità si nascondono segreti inquietanti. Grazie a Netflix abbiamo potuto vedere la serie in anteprima e di seguito vi riportiamo il nostro parere.

La storia è ambientata a Tall Pines, cittadina apparentemente serena ma in realtà dominata da una presenza ingombrante: un’accademia per adolescenti problematici. Due studentesse, Abbie e Leile, iniziano a ribellarsi alle regole oppressive dell’istituto e progettano una fuga che potrebbe cambiare le loro vite. Parallelamente, un agente di polizia, Alex Dempsey (interpretato da Mae Martin), si trasferisce in città con la moglie incinta, pronto a iniziare una nuova fase della sua vita. Ben presto, però, Dempsey si ritrova invischiato nei misteri che avvolgono l’accademia e la sua direttrice, Evelyn Wade (Toni Collette), donna carismatica e autoritaria, figura centrale di un sistema oscuro che prospera nell’ombra.

Mae Martin si era già fatto conoscere con Feel Good, serie semi-autobiografica distribuita da Netflix che univa ironia e introspezione per raccontare relazioni, dipendenze e identità queer. Lì il suo sguardo era intimo, fragile e personale, sostenuto da un umorismo che bilanciava i momenti più cupi. Con Wayward, Martin tenta un salto più ampio: costruire un thriller corale in cui la sua voce si intreccia con registri e generi molto diversi, dal mistery provinciale al dramma familiare. L’ambizione è evidente: portare le sue tematiche care – identità, disagio giovanile, conflitti interiori – dentro una struttura narrativa più mainstream. Il risultato, però, appare poco chiaro: il racconto si perde e spesso sembra seguire più i dettami della serialità Netflix che una visione precisa.

La prima puntata di Wayward – Ribelli apre interrogativi intriganti: la città isolata, l’accademia sospetta, una direttrice enigmatica e un poliziotto spaesato. Tutti elementi che richiamano un immaginario ben codificato, da Twin Peaks Wayward Pines, passando per From con una insospettabile citazione a Midsommar di Ari Aster. Lo spettatore viene spinto a cercare risposte, ad attendersi zone d’ombra e segreti capaci di ribaltare le certezze.

Con il passare degli episodi, però, la serie cambia. Quello che si annunciava come un mystery oscuro si trasforma in un teen drama scolastico, con dinamiche affettive e relazionali tipiche dei prodotti YA di Netflix. Le ribellioni giovanili, i piccoli drammi sentimentali e la ricerca di identità finiscono per avere più spazio del mistero di partenza. A ciò si aggiunge un filone parallelo di dramma familiare. Il risultato è un racconto ibrido, che tenta di toccare troppi registri senza approfondirne davvero nessuno.

Wayward affronta una moltitudine di tematiche: l’adolescenza e le sue fragilità, i traumi giovanili, i rapporti familiari logorati, l’identità sessuale, fino al senso di alienazione nelle piccole comunità con tanto di rimandi alla “family”di Manson. Temi importanti, che però finiscono per essere trattati sempre nello stesso modo, seguendo lo schema narrativo tipico delle produzioni Netflix più recenti. Il paragone con la serie tratta da L’Istituto di Stephen King è inevitabile: stessa cornice di ragazzi costretti in un’accademia, stessa tensione legata al controllo e alla ribellione. La differenza è che L’Istituto aveva dalla sua le incursioni nel paranormale, capaci di dare alla trama una dimensione ulteriore. Wayward, invece, resta ancorata al realismo e sceglie di non osare: la narrazione rimane sempre in superficie.

Toni Collette riesce, come spesso accade, a trasformare un personaggio potenzialmente stereotipato in una figura complessa, carismatica e inquietante. Mae Martin porta sullo schermo un poliziotto credibile, diviso tra vita privata e senso del dovere, Sarah Gadon in un ruolo misterioso e stratificato, risulta il personaggio più approfondito del quale è interessante seguire vicende. Insieme al cast di adulti si affiancano le due giovani Alyvia Alyn Lind e Sydney Topliffe, protagoniste del lato YA della serie. Il problema maggiore riguarda i personaggi secondari: spesso funzionali alla trama, ma senza un reale sviluppo. La coralità promessa in apertura non trova mai un equilibrio, e la convivenza tra i vari filoni narrativi appare forzata.

Wayward – Ribelli è una serie che poteva osare di più. Il primo episodio lasciava intravedere una trama oscura e stratificata, capace di evocare i grandi mystery americani. Con il tempo, però, la serie sceglie la via più prevedibile, abbracciando il teen drama e un dramma familiare senza vera profondità. Un prodotto che intrattiene e mantiene un buon livello recitativo, ma che non riesce a distinguersi nell’affollato panorama delle serie Netflix.


Wyaward – Ribelli arriva su Netflix a partire dal 25 settembre. Ecco il trailer della serie:

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