Con la seconda stagione di Alex Cross, la serie tratta dal celebre personaggio letterario creato da James Patterson, il crime thriller di Prime Video torna a muoversi tra le ombre del potere, i traumi personali e un’America dove le élite sembrano sempre più intoccabili. A interpretare ancora una volta il profiler e detective Alex Cross è Aldis Hodge, volto ormai consolidato del personaggio in tv, mentre la scrittura resta saldamente nelle mani di Ben Watkins e del suo team, che scelgono ancora una volta di costruire una storia totalmente originale, svincolata dai romanzi. Se la prima stagione aveva convinto per tensione, e per la struttura narrativa serrata e una caratterizzazione efficace dei conflitti interiori del protagonista, questo nuovo ciclo di episodi punta ad alzare l’asticella tematica. Il risultato, però, è tutt’altro che riuscitissimo: ambizioso, attuale, ma non sempre all’altezza delle proprie premesse.

Alex Cross (Aldis Hodge) e l’agente speciale Kayla Craig (Alona Tal) si trovano nuovamente a collaborare dopo il caso Gary Soneji e quello di “Fanboy”, quando le minacce al miliardario Lance Durand (Matthew Lillard), portano i due a scoprire una rete di traffico di esseri umani. A complicare le cose, il detective e amico fraterno di Cross, John Sampson (Isaiah Mustafa) si trova a dover avere a che fare con un caso che coinvolge un segreto del suo passato. Ma anche il passato dell’agente speciale Craig sta per tornare alla ribalta, quando il vicedirettore Roy (Ben Watkins) le rivela che il caso “Mastermind” è pronto ad essere riesumato.

Come già accaduto nel debutto della serie, anche questa stagione si sviluppa su due linee narrative parallele ed una terza che punta ad aprire nuovi sviluppi futuri. Le due linee narrative, però stavolta non si incrociano in maniera strutturale quanto più emotivamente. A rendere ancora più tesa la situazione c’è la necessità di proteggere uno di questi miliardari da una figura enigmatica nota come “Luz”, un nome che aleggia come una minaccia e che incarna una giustizia privata, feroce e inesorabile. Diversamente dal villain della prima stagione – il “Fanboy” interpretato da Ryan Eggold – qui gli antagonisti non agiscono per puro narcisismo o sete di potere. Sono mossi da torti subiti, da ferite rimaste aperte per anni, da un sistema che ha coperto tutto sotto il tappeto. Il loro obiettivo non è dominare, ma punire.

La seconda linea narrativa, invece, segue il detective John Sampson, interpretato da Isaiah Mustafa. Sampson si trova coinvolto in un caso di omicidio che lo riporta direttamente al proprio passato, costringendolo a confrontarsi con qualcosa che credeva perduto – e che forse sarebbe stato meglio non ritrovare. È una storyline più intima, meno esplosiva ma emotivamente potente, che offre a Mustafa l’occasione di dare spessore a un personaggio spesso relegato al ruolo di spalla. Sulla carta, il doppio binario funziona. In pratica, però, l’equilibrio è fragile ed è complicato anche dalla situazione di “Mastermind”.

È impossibile ignorare quanto la trama centrale sia attuale. Il traffico di esseri umani, il potere incontrollato delle élite economiche, la giustizia fai-da-te che nasce dalla sfiducia verso le istituzioni: sono tutti elementi che parlano direttamente allo spettatore contemporaneo. La serie intercetta il clima sociale del momento, dove la parola “lista” evoca immediatamente scandali, segreti e nomi eccellenti pronti a crollare. Eppure, paradossalmente, proprio quando la storia si avvicina di più alla realtà, i personaggi sembrano allontanarsi. Alex Cross resta magnetico grazie alla presenza scenica di Hodge, ma la scrittura non sempre gli offre lo spazio per evolversi davvero. Le sue motivazioni restano solide, il suo senso morale incrollabile, ma manca quel conflitto interiore.

Kayla Craig è forse il cambiamento più discusso rispetto alla prima stagione. Se inizialmente la scelta di Watkins di rielaborare il personaggio aveva lasciato perplessi, qui la chimica tra Hodge e Tal diventa uno dei punti di forza più evidenti. I due funzionano: nei dialoghi serrati, nei silenzi carichi di tensione, negli scambi ironici che alleggeriscono la materia narrativa. La loro dinamica trascina intere sequenze e riesce a dare ritmo anche agli episodi più statici. Il problema è che non basta.

Il nodo centrale di questa stagione è racchiuso in due parole: antagonisti simpatetici. L’idea di costruire villain mossi da una volontà di risarcimento morale è affascinante. È un ribaltamento interessante rispetto al “Fanboy” della prima stagione, figura disturbante e autoreferenziale. Qui non abbiamo un mostro isolato, ma persone ferite che si trasformano in carnefici. Il rischio, però, è evidente: quando il pubblico comprende e in parte condivide le motivazioni degli antagonisti, la morale non è più così scontata ed è anche sfumata. Il conflitto tra bene e male diventa meno netto, e la serie sembra esitare nel prendere posizione. È giusto fermare chi sta punendo dei colpevoli rimasti impuniti? È davvero Cross a rappresentare la giustizia, o è solo il volto istituzionale di un sistema imperfetto?

Sono domande potenti, ma la sceneggiatura non sempre ha il coraggio di spingerle fino in fondo. Il risultato è una prima metà di stagione che fatica a ingranare. Gli episodi iniziali costruiscono lentamente il mosaico, ma senza quella scintilla capace di tenere incollati allo schermo. E nel panorama odierno dello streaming, dove l’attenzione è una merce rara, il rischio di abbandono è altissimo. Chi non è già affezionato alla serie o al personaggio potrebbe facilmente “dare forfait” prima che la storia decolli davvero. Non premia nemmeno la scelta di fare uscire la serie settimanalmente, in quanto non favorisce il dialogo ma costringe quasi ad allungare il morboso gioco.

È solo a metà stagione che la trama trova finalmente ritmo e direzione. Le connessioni diventano più chiare, le motivazioni emergono con maggiore forza e le conseguenze delle azioni iniziano a pesare davvero. La parte legata al precedente incarico dell’agente speciale Craig – uno dei fili narrativi più promettenti – acquista centralità e spessore. Qui si percepisce quello che la stagione avrebbe potuto essere fin dall’inizio: un thriller teso, stratificato, capace di intrecciare passato e presente senza perdere slancio. Ma l’impressione è che tutto ciò che funziona arrivi con un leggero ritardo. E in una serialità che vive di ritmo, il timing è tutto. Sampson, nel frattempo, beneficia di una scrittura più coerente. La sua storyline personale è meno spettacolare, ma forse proprio per questo più efficace. Il confronto con il passato non è solo un espediente narrativo, ma una ferita che si riapre e sanguina davanti allo spettatore. Mustafa regge bene il peso emotivo e dimostra che il suo personaggio meriterebbe ancora più spazio.

La seconda stagione di Cross non è un fallimento. Sarebbe ingeneroso definirla tale. Ci sono momenti di grande intensità, interpretazioni solide e un tema ambizioso. Ma è anche una stagione che non riesce a continuare davvero le ottime premesse della prima. Il difetto principale non è nella qualità della produzione o della scrittura, bensì nella gestione del tutto. La lentezza iniziale, la costruzione dilatata del conflitto e una certa indecisione morale nei confronti degli antagonisti smorzano l’impatto complessivo. Quando la serie trova finalmente il proprio equilibrio, parte del pubblico potrebbe non essere più lì a guardare. Eppure, qualcosa resta. Resta la presenza magnetica di Aldis Hodge, capace di incarnare un Alex Cross credibile, umano, mai caricaturale. Resta la chimica sorprendente con Alona Tal, che dà vita a una coppia investigativa solida e coinvolgente. Resta la volontà di raccontare un’America divisa, dove il potere economico può comprare silenzi e dove la vendetta diventa, per alcuni, l’unica forma di giustizia possibile.

In un panorama televisivo saturo di crime drama, Alex Cross prova a distinguersi parlando del presente senza filtri. Non sempre ci riesce con la forza che vorrebbe, ma il tentativo è evidente e, in parte, ammirevole. La speranza è che una eventuale terza stagione sappia fare tesoro di queste imperfezioni: partire più forte, osare di più, e soprattutto avere il coraggio di portare fino in fondo le proprie domande morali. Perché il materiale c’è. I personaggi anche. Serve solo trovare il giusto equilibrio tra ambizione e ritmo. Per ora, il verdetto è chiaro: non una brutta stagione, ma una stagione che avrebbe potuto essere molto di più.


Alex Cross è disponibile su Prime Video con la sua prima stagione ed i primi 4 episodi della Seconda Stagione.

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