Distribuita in Italia su Disney+, All’s Fair è uno dei progetti seriali più discussi e controversi degli ultimi mesi. La serie nasce sotto l’egida produttiva di Ryan Murphy, nome storicamente legato a un immaginario televisivo sensazionalista, qui affiancato dal coinvolgimento della famiglia Kardashian, con Kim Kardashian anche nel cast principale. Accanto a lei (e già fa ridere così) figurano attrici di primo ordine come: Naomi Watts, Sarah Paulson, Niecy Nash-Betts, Glenn Close e Teyana Taylor. Nonostante una stroncatura quasi unanime da parte della critica, la serie è stata rinnovata per una seconda stagione, complice un inaspettato successo di pubblico e una forte circolazione sui social, segno di un prodotto che, pur fallendo sul piano qualitativo, è riuscito a imporsi nel discorso pop contemporaneo. Ecco la nostra recensione della serie.

La trama ruota attorno a un gruppo di avvocate divorziste di Los Angeles che decidono di lasciare un prestigioso ma soffocante studio legale per fondarne uno indipendente, guidato da Allura Grant (Kardashian). Tra cause milionarie, matrimoni tossici, vendette legali e dinamiche di potere interne, All’s Fair tenta di raccontare l’intreccio tra diritto, relazioni sentimentali e ambizione professionale, inserendo il tutto in un contesto glamour e volutamente sopra le righe.

All’s fair, vale tutto, ma vale davvero tutto? A colpire, fin dalle prime settimane di programmazione, è stato il divario quasi schizofrenico tra ricezione critica e risposta del pubblico. All’s Fair è stata accolta da recensioni largamente negative, spesso impietose, che ne hanno evidenziato la scrittura incoerente, il tono eccessivamente compiaciuto e una messa in scena incapace di sostenere le proprie ambizioni tematiche. Parallelamente, e in apparente contraddizione, la serie ha conosciuto un successo virale forse facilmente prevedibile: estratti, dialoghi, scene madri e performance sopra le righe sono stati isolati, rimaneggiati e rilanciati sotto forma di clip ironiche, remix e meme su ogni piattaforma social, trasformando il prodotto in un oggetto di consumo pop più che di visione critica. È proprio questa fruizione laterale ad aver decretato la sua fortuna, al punto che la produzione ha deciso di rinnovare la serie per una seconda stagione prima ancora della conclusione della prima. All’s Fair diventa così un caso emblematico di serialità contemporanea: un’opera giudicata “brutta” quasi all’unanimità, ma capace di imporsi come fenomeno culturale proprio grazie alla sua caricaturalità.

Un tratto distintivo della produzione Ryan Murphy emerge anche in All’s Fair: la costante predilezione per l’estetismo visivo della messa in scena rispetto alla costruzione di una narrazione coerente e credibile. Murphy sembra spesso più interessato a colpire lo spettatore con immagini curate, scenografie iperboliche e costumi iconici, che a sviluppare archi narrativi solidi o personaggi realmente sfaccettati. In All’s Fair, questo approccio diventa quasi ossessivo: ogni scena sembra progettata per essere “instagrammabile”, ogni dialogo costruito per enfatizzare dramma e glamour, ma al prezzo di un senso di artificiosità che raramente consente una vera immersione nella storia.

La serie dichiara un intento femminista: donne indipendenti, avvocatesse di successo che sfidano un mondo dominato dagli uomini. Tuttavia, nell’esecuzione, tale intento risulta contraddetto. Le protagoniste sono spesso ritratte attraverso stereotipi estremizzati di femminilità, ambizione e conflitto interpersonale, fino a incarnare esattamente ciò che un femminismo contemporaneo rigetterebbe: narrazioni ossessivamente centrali sull’aspetto fisico, rivalità private più che collaborazione e conflitti personali drammatizzati fino all’assurdo. Piuttosto che avanzare la causa delle donne in ambito professionale e sociale, la serie fa un passo indietro, riportando al centro dinamiche tossiche e superficiali che contrastano con i progressi culturali e narrativi degli ultimi anni. Ed è proprio questa follia estetica e narrativa e questo trash volontario, che ha reso All’s Fair un fenomeno virale. La serie diventa quasi un esercizio di camp: tanto più sbilanciata e eccessiva, tanto più suscita reazioni, meme, remix virali e dibattito sui social. Il pubblico non viene conquistato dalla qualità o dalla profondità della storia, ma dall’imprevedibile combinazione di glamour, assurdità e spettacolo esasperato, trasformando quello che sarebbe un fallimento artistico in un caso di cultura pop da studiare.

A completare il quadro, un cast eccezionale: Naomi Watts, Sarah Paulson, Niecy Nash-Betts, Glenn Close e Teyana Taylor. Tuttavia, in All’s Fair, questo ensemble stellare viene schiacciato dall’egocentrismo produttivo: la serie è capeggiata da Kim Kardashian, che, in quanto produttrice e volto principale, diventa l’unica protagonista riconoscibile, pur non avendo esperienza consolidata come attrice professionista. Le attrici di grande talento qui sembrano utilizzate quasi come ornamenti al servizio della storia, prive di archi narrativi degni di nota, limitate a reagire e amplificare la presenza scenica di Kardashian. Paradossalmente, la loro fama reale contrasta ironicamente con la loro funzione di “supporto glamour” nella serie.

A peggiorare la situazione, All’s Fair si rivela un continuo e sfacciato product placement: marchi di lusso come Hermès, Chanel e altri brand strettamente legati alla famiglia Kardashian diventano protagonisti delle scene più che semplici accessori. Dalle iconiche Birkin ai gioielli scintillanti fino alle collezioni Mesdemoiselles, ogni oggetto è esibito con enfasi teatrale, fino a risultare più memorabile (sicuramente lo sono più di Kim…). L’insieme crea una percezione di glamour esasperato e artificiale, contribuendo a quella stessa atmosfera trash-volontaria che, paradossalmente, ha alimentato la viralità della serie.

Ed è proprio nella risoluzione dei casi che si evidenzia il culmine del paradosso di All’s Fair e del cosiddetto “femminismo targato Murphy”. Le vicende legali, pur promettendo complessità e intrighi, si concludono quasi sempre in maniera assolutamente casuale e improvvisata con urla insulti reciproci e del sessismo neanche troppo velato. Eppure lo spettatore più attento, pur consapevole dei difetti macroscopici, si trova catturato dalla spirale di follia scenica. Una piacevole catastrofe visiva e narrativa che invita a rimanere incollati allo schermo, episodio dopo episodio, chiedendo sempre “ancora un po’”.

In conclusione, All’s Fair si conferma come un caso emblematico di serialità contemporanea fuori dagli schemi, capace di polarizzare critica e pubblico in modo sorprendente. Dal punto di vista tecnico e narrativo, la serie è un disastro, eppure, in un paradosso quasi irresistibile, tutte le sue problematicità diventano il suo punto di forza, trasformando un fallimento artistico in un oggetto di culto contemporaneo, condiviso e commentato ovunque sui social.


All’s Fair è disponibile su Disney+. Ecco il trailer della serie:

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