Si è conclusa la prima stagione di IT: Welcome To Derry, serie prequel dei due film di IT, diretti da Andy Muschietti ed usciti rispettivamente nel 2017 e 2019. Sarà riuscita questa nuova espansione dell’universo a rendere giustizia al romanzo di Stephen King? Scopritelo nella nostra recensione.

Con IT: Welcome to Derry, Andy Muschietti torna nella cittadina maledetta più famosa del Maine dopo il successo commerciale dei due film dedicati al romanzo iconico di Stephen King. il regista con la serie prequel però, affronta una sfida più rischiosa: costruire una serie che non adatti un libro, ma che espanda una mitologia solo accennata nelle pellicole e molto amata dai lettori che l’hanno seguita in tutti gli altri angoli del multiverso di King. Se nei film Muschietti aveva dovuto sacrificare parte delle componenti cosmiche, rituali e metafisiche del romanzo, in Welcome to Derry, la città diventa il terreno ideale per riportarli in pompa magna ed immergere il pubblico in quella “grande storia” che King aveva solo accennato all’epoca nel romanzo degli anni ’80 e che i fan hanno sempre desiderato vedere raccontata in maniera più organica.

In questo ambizioso progetto Muschietti non è solo: tornano Jason Fuchs e a questi si aggiunge anche Brad Kane, con questa squadra ed un manipolo di registi, si cerca di unire la conoscenza del materiale d’origine, la voglia di raccontare una storia e la conoscenza del medium televisivo, profondamente diverso da quello cinematografico e letterario. La difficoltà non sta solo nel “raccontare un prima”, ma nel tradurre in un linguaggio seriale ed una mitologia fatta di ciclicità, simbolismi, traumi intergenerazionali e un terrore tanto mostruoso quanto umano in otto episodi senza scadere nel già visto o come dicono gli Americani “Been there, done that“.

Muschietti ed il suo team però hanno un’idea e questo traspare sin dal primo scioccante episodio. Infatti, la serie non si limita a riportare in scena molti elementi iconici legati al mostro che si nutre della paura, ma tutto quello che rendeva spaventoso il romanzo e Derry ossia la città stessa. Oltre alla città, come mai l’abbiamo visto, ci troviamo ad avere un ritorno eccezionale e di pregio, ossia quello di Bill Skarsgård. Dopo aver ridefinito Pennywise per una generazione, l’attore svedese conferisce continuità al progetto, fungendo da filo rosso tra la serie e l’eredità dei film.

Siamo nel 1962, la piccola cittadina di Derry (Maine), sta per trovarsi catapultata nuovamente in una serie di violenze che si ripete quasi ciclicamente ogni 27 anni. Toccherà a quattro ragazzini: Ronnie Grogan (Amanda Christine), Lilly Bainbridge (Clara Stack), Rich Santos (Arian S. Cartaya) e Teddy Uris (Mikkal Karim-Fidler) prendere in mano la scomparsa del loro amico ed affrontare il diabolico Pennywise, aiutati dal nuovo arrivato Will Hanlon (Blake Cameron James), figlio di Leroy Hanlon (Jovan Adepo) militare che lavora nel bunker dei progetti speciali fuori dalla cittadina. Ma i ragazzini ancora non sanno che non dovranno solo difendersi dal mostruoso clown.

La scelta di ambientare Welcome to Derry nel 1962 non è casuale e la ciclicità degli eventi ci porta proprio in un momento clue della storia Americana e anche importante per il mondo di King. Gli anni Sessanta rappresentano un crocevia fondamentale per gli Stati Uniti: un Paese segnato dalla memoria della Seconda guerra mondiale, dalla tensione crescente in Vietnam e dal clima paranoico della Guerra Fredda. È un’America attraversata da contraddizioni, ingiustizie razziali, ambiguità morali e una crescente sfiducia nelle istituzioni.

Derry, come sempre, amplifica questi mali. È un microcosmo tossico dove violenza, odio e rimozione dei traumi collettivi fermentano nell’accettazione e nel silenzio degli abitanti. Ambientare la serie durante l’ultimo grande massacro prima degli eventi del Capitolo Uno permette di mostrare una città ancora più oscura, intrisa di violenza sistemica che precede e trascende l’arrivo del mostro. È un contesto perfetto per esplorare l’essenza stessa dell’orrore kinghiano: un male radicato nella società prima ancora che nei cunicoli dove IT riposa.

Come ogni storia di IT, anche questa è la storia di un gruppo di ragazzi costretti a fronteggiare paure, dolore e male in ogni forma. Welcome to Derry introduce una nuova versione dei Losers o dovremmo dire, quelli originali: Ronnie Grogan, Lilly Bainbridge, Rich Santos, Teddy Uris e Will Hanlon. Riunitisi dopo la misteriosa scomparsa dell’amico Matty (Miles Ekhardt), prima vittima del risveglio di IT; i ragazzi si ritrovano a esplorare un mondo nascosto sotto la città: un labirinto di cunicoli, simboli arcani e visioni al confine tra mito e incubo. Una delle svolte narrative più interessanti è l’introduzione del generale Francis Shaw (James Remar), che rappresenta il tentativo disperato delle istituzioni americane di comprendere — o controllare — entità come IT. Ad affiancarlo c’è un giovane Dick Halloran (Chris Chalk), la cui presenza crea un ponte naturale con l’universo di King e permette alla serie di approfondire il tema dello “Shining” come qualcosa di antico e incompatibile con il mondo razionale. L’ingresso dell’esercito aggiunge inoltre un sottotesto politico che si incastona perfettamente nel periodo storico.

Ma come ogni racconto intriso o nato dalla penna di King, l’orrore che striscia si muove insieme a quello che invece cammina in piena luce e si nasconde dietro a visi affabili e di quartiere. Welcome to Derry è affascinante proprio grazia alla gestione stratificata dell’orrore. Muschietti e il suo team non si affidano a una sequenza infinita di jump scare, ma costruiscono una tensione costante attraverso un uso sapiente di atmosfere, suoni, luci e inquadrature. Ogni angolo di Derry, dai vicoli bui alle case apparentemente tranquille, trasmette una sensazione di minaccia latente, come se la città stessa osservasse i protagonisti. L’orrore è presente anche nel quotidiano: gli sguardi sospettosi, i pregiudizi sociali, le ingiustizie sistemiche e le micro-violenze rendono palpabile il senso di vulnerabilità e isolamento dei ragazzi.

La serie esplora inoltre l’orrore psicologico in maniera profonda: le paure personali dei Perdenti non sono solo reazioni a un mostro ultradimensionale, ma risposte a traumi, ansie e conflitti interni che vengono costantemente amplificati dall’ambiente circostante. La narrazione alterna momenti di tensione silenziosa a sequenze più drammatiche e ultra terrene, creando un ritmo oscillante che tiene lo spettatore in uno stato di allerta emotiva. In questo senso, l’orrore diventa non solo visivo: ciò che non viene mostrato, ciò che resta fuori campo o suggerito da dettagli simbolici, può essere più inquietante delle apparizioni di Pennywise stesso.

Oltre al soprannaturale, la serie affronta anche il male umano nella sua forma più quotidiana e subdola: bullismo, discriminazioni, conflitti familiari e piccole ingiustizie che, sommate, rendono Derry un luogo tossico e reale. La città appare viva e in cui ogni abitante partecipa, volontariamente o involontariamente, alla creazione di un terreno fertile per l’orrore. I dettagli scenografici — come le strade silenziose, i palloncini rossi che appaiono nei momenti più inaspettati, o gli oggetti di uso quotidiano trasformati in presagi minacciosi — contribuiscono a rendere Derry un antagonista invisibile, terrificante tanto quanto il mostro stesso. La domanda che spesso viene allo spettatore è quanto del ciclo di violenza che si ripete ogni 27 anni sia opera di IT e quanto degli stessi abitanti.

Con il passare delle puntate, molti dei mali di Derry sono evidenti e vengono a galla: il razzismo, la violenza domestica, l’abuso di potere. Mentre altri, invece, sono suggeriti ed entrano in maniera subdola nella quotidianità. Questo dualismo rende la serie più complessa e realistica, mostrando come il male non sia solo una forza esterna da combattere, ma anche una componente della società e della natura umana. Gli episodi più riusciti riescono a far coesistere questi due livelli, generando tensione non solo nell’azione immediata, ma anche nella percezione stessa dello spettatore di quello che stava accadendo intorno a loro e il sospetto che forse non dovrebbero guardarsi intorno alla ricerca di IT ma anche dei loro stessi concittadini. Sarà attraverso i Perdenti ed i loro occhi, che ogni piccolo gesto, ogni frase non detta o ogni atto di ingiustizia diventa un tassello dell’orrore. La serie mostra con grande sensibilità come il terrore possa essere amplificato dall’isolamento e dall’incomprensione: i ragazzi percepiscono il male prima degli adulti, che spesso ignorano, minimizzano o giustificano, e questo rafforza la sensazione che Derry sia un luogo in cui la paura è parte integrante del quotidiano o forse interiorizzata dagli stessi. Inoltre, l’orrore si intreccia strettamente con altri temi della serie, come la memoria e il trauma. Le cicatrici del passato, individuali e non solo, si manifestano in modi concreti nella città, e il confronto con questi traumi diventa essenziale per la crescita dei personaggi e per  lo spettatore stesso.

Tra i temi più potenti della serie emergono il razzismo e la salute mentale, trattati con una maturità rara nel panorama horror contemporaneo. Ambientare la storia nei primi anni Sessanta permette agli autori di rappresentare un’America attraversata da discriminazioni profonde e tensioni sociali palpabili: le strade, le scuole e persino le istituzioni di Derry riflettono un ambiente che privilegia alcune comunità e ne marginalizza altre. Il razzismo si manifesta in modo particolarmente evidente attraverso le vicende del padre di Ronnie Grogan, il cui ruolo nel contesto lavorativo e sociale della città mette in luce le barriere, i pregiudizi e le ingiustizie sistemiche che caratterizzano Derry. La città stessa diventa un antagonista silenzioso: ogni quartiere e ogni istituzione riflettono dinamiche discriminatorie che alimentano tensione e insicurezza ben prima che Pennywise faccia la sua comparsa.

La salute mentale si intreccia con le vicende dei protagonisti in modo intimo e doloroso. In particolare, Lilly Bainbridge porta con sé un percorso emotivo segnato da ansie profonde e da un rapporto complesso con la propria famiglia, tutto suggerito e gestito con una estrema delicatezza. Le sue difficoltà non derivano solo dall’orrore sovrannaturale, ma da un malessere più terreno: isolamento, aspettative opprimenti e un trauma personale la rendono vulnerabile e al contempo la più ricettiva dei segnali inquietanti che Derry cerca di soffocare. La serie mostra come le fragilità interiori possano essere amplificate da una comunità incapace di riconoscerle, creando il terreno perfetto per il male, sia umano che cosmico, questa paura viene anche incarnata in un altro importante luogo della serie: Juniper Hill.

Ogni evento, apparizione o manifestazione sovrannaturale è legato a dinamiche psicologiche e sociali, rendendo la serie non solo spaventosa, ma anche profondamente riflessiva. La colonna sonora va a completare questo affresco, alternando temi inquietanti e dissonanti a momenti più delicati, creando un contrasto tra paura e introspezione. I silenzi, spesso più eloquenti dei suoni, e la scelta di lasciare spazio all’immaginazione dello spettatore, aumentano l’ansia già papabile in ogni frame, che poi esplode nei momenti più drammatici.

Il cast è uno dei punti di forza della serie. Questa versione dei Perdenti offre delle interpretazioni mature, e capaci di restituire vulnerabilità, rabbia e coraggio senza mai risultare artificiose. Le loro dinamiche interne sono credibili e ben costruite, e la scrittura permette a ciascuno di evolversi in modo organico. Un elemento interessante è il cambiamento nel modo di recitare degli attori tra la parte girata prima dello sciopero SAG-AFTRA e quella successiva: il tempo intercorso ha permesso loro di maturare ulteriormente nel rapporto con i loro personaggi e rendere ancora più emotivamente coinvolgente il loro rapporto. Questo si percepisce soprattutto nelle scene più intime o cariche di tensione psicologica, dove la crescita degli interpreti tra i due momenti, aggiunge profondità e coerenza alla narrazione, rendendo la performance più ricca.

Non può neanche mancare fare qualche plagio, più di qualche, all’iconico Bill Skarsgård, che torna a Pennywise con nuove sfumature di sadismo, teatralità e infantilismo disturbante. Convincente anche il duo Remar–Chalk, che conferisce complessità e mistero ai personaggi del generale Shaw e del giovane Halloran. L’evoluzione degli attori contribuisce a un cast corale che risulta non solo coeso, ma anche sorprendentemente dinamico e capace di sostenere l’intensità emotiva della serie.

Registicamente, Welcome to Derry mostra una sorprendente maturità rispetto ai film che forse è più presa di respiro aiutata dal medium e dal minutaggio più ampio rispetto a due film per quanto enormi. Andy Muschietti, affiancato da registi fidati, costruisce un impianto visivo solido, sfruttando appieno le potenzialità del formato seriale. Alternando momenti intimi e contemplativi a sequenze visionarie e disturbanti, la regia riesce a equilibrare tensione, ritmo narrativo e suspense. Ogni scena è calibrata con attenzione: il fuori campo, la gestione delle luci, le inquadrature studiate e il movimento di macchina creano un senso di inquietudine costante, mentre la città stessa, Derry, diventa un vero e proprio personaggio che osserva e giudica i protagonisti.

La struttura seriale consente alla narrazione di espandersi in modi che i film non potevano permettersi. I personaggi hanno tempo per svilupparsi, le relazioni interne al gruppo dei Perdenti si approfondiscono e il ritmo della storia alterna con naturalezza tensione, suspense e momenti di respiro emotivo. Sequenze lente e contemplative permettono di esplorare i traumi e le paure dei ragazzi, mentre momenti più serrati e adrenalinici ci ricordano molto le avventure cinematografiche degli altri Perdenti, senza mai sacrificare l’emotività.

La narrazione è arricchita da una gestione ottima del tempo e dello spazio: flashback, visioni e anticipazioni sono utilizzati per costruire suspense senza cadere nel rischio di dare troppe informazioni allo spettatore, e ogni episodio mantiene un equilibrio tra sviluppo dei personaggi e avanzamento della trama. L’effetto complessivo è un’esperienza immersiva in cui il mito di IT si combina con il realismo, la psicologia, la storia della città e l’orrore soprannaturale, dando alla serie una proprio riconoscibilità all’interno dell’universo kinghiano.

IT: Welcome to Derry riesce in un’impresa che sembrava impossibile: espandere la mitologia di IT in modo coerente e significativo, trasformando il prequel in un tassello essenziale dell’universo narrativo e far sentire agli spettatori la necessità di averne ancora.

Il ritorno di Skarsgård è iconico, ma ciò che rende la serie davvero preziosa è la sua capacità di intrecciare horror, memoria e dolore umano con una profondità rara. Nei suoi cunicoli e nelle sue strade, Derry continua a ricordarci che i mostri peggiori non vengono sempre da un altro mondo: spesso camminano accanto a noi, e non indossano nemmeno il trucco da clown.


IT: Welcome to Derry è disponibile in streaming su Now TV e Sky Go con tutti gli otto episodi della prima stagione. Trovate di seguito il trailer.

RASSEGNA PANORAMICA
IT: Welcome to Derry
8.5
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Luca Brindani
Sono Luca, fin da piccolo mi sono interessato ai fumetti e successivamente alle serie tv, quando mi è stata data la possibilità di parlare delle mie passioni mi sono ficcato in questo progetto. PS: Ryan Ottley mi ha chiamato Tyrion non ricordandosi il mio nome.

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