Black Mirror 4×02 – Arkangel | Recensione

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Alcuni prodotti cinematografici hanno il preciso scopo di immedesimare lo spettatore in situazioni, eventi o vite che altrimenti non riusciremmo mai a sperimentare. Black Mirror è ovviamente una garanzia per quanto riguarda le distopie più varie, abbiamo visto mondi ignoti in cui l’essere umano è ingabbiato in prigioni lucenti, situazioni in cui la barriera tra vita e morte viene assottigliata, il tutto costruito intorno ad un’umanità che soccome o si ribella. In Arkangel i temi affrontati sono per certi versi meno assoluti, ed alcuni di questi sono più subdoli di quello che ci si aspetta. 

Prima di lanciarci nell’analisi, il consueto riassunto per tutti quelli che vogliono rinfrescare la memoria: 

Black Mirror

Marie è appena diventata madre della piccola Sara, una madre estremamente legata e protettiva, la cui apprensione è alimentata giorno per giorno da eventi di vita vissuta che capitano in continuazione quando sei genitore. Apprensione che però sfocia in paranoia quando Marie decide di impiantare il sistema di sicurezza Arkangel nel sistema nervoso della piccola: questo dispositivo è in grado di rilevare gli eventi che causano stress e censurarli ovattando vista e suono, mostrare sul tablet di controllo ciò che la piccola vede e segnalare alterazioni fisiche di qualsiasi tipo. Nella prima metà dell’episodio vengono mostrati lati negativi e positivi di questa tecnologia, ma più avanti l’invasione della privacy della madre nei confronti della figlia porterà Marie a compiere gesti al di fuori del rispetto della sfera privata di Sara, che sta affrontando tutte le tappe obbligate del percorso di crescita, inaccettabili per una madre apprensiva. Il culmine del conflitto tra le due c’è quando Marie, all’insaputa della figlia, somministra a Sara la pillola del giorno dopo. Sara, accecata dalla frustrazione, picchierà a sangue la madre con il tablet di controllo, pur non uccidendola, ma distruggendo definitivamente il sistema che la teneva sorvegliata da una vita. Sara decide infine di scappare di casa.

Due parole dal punto di vista tecnico prima di concentrarci sull’analisi dei temi. La regia è stata affidata a Jodie Foster (in passato Jodie aveva già affrontato il tema della relazione conflittuale tra madre e figlia in Home For The Holidays, in cui la crescita è il perno centrale della storia esattamente come in Arkangel), che riesce a gestire bene tempi e scene, ma non riesce mai a staccarsi dalla sua matrice narrativa intima e a regalarci qualche ripresa sopra le righe da, passatemi il termine, tecno-horror a cui Black Mirror ci ha abituato, quando poteva essere necessario a ricordarci cosa stavamo guardando.  Tutto il resto, musiche, fotografia, attori (al di fuori di Marie, interpretata da Rosemarie DeWitt, che ha davvero saputo incarnare le ansie del suo personaggio), è alla stregua di una produzione indipendente low-budget. Ed è accettabile, visto che il punto di tutta la progettazione di questo episodio è solo ed esclusivamente il tema della maternità. 

Ricollegandomi a quanto detto nell’introduzione, è da sottolineare come in realtà l’obiettivo di questo episodio non è farci immaginare una realtà in cui i nostri cari hanno accesso alla nostra sfera privata, in quel caso non servirebbe Black Mirror per intuirne le conseguenze, ma cosa si prova ad essere nei panni di una madre. Una madre imperfetta che ha sofferto il distacco fisico del parto in modo drammatico, disposta a tutto pur di non vivere il rimorso di non esserci stata o di non aver agito quando avrebbe dovuto. Riempie di integratori giornalmente la figlia a causa di un singolo episodio accaduto anni prima in cui il sistema Arkangel ha segnalato una leggera carenza di ferro nel sangue, controlla ciò che lei fa e vede in ogni momento della giornata dopo il singolo episodio in cui il nonno della piccola soffre di infarto, fino al culmine sopracitato della pillola del giorno dopo, le somministra la pillola del giorno dopo senza farne parola. Lei sente di essere nel giusto, ma è accecata da una paranoia sempre crescente e da una bieca irresponsabilità che è l’opposto di ciò che significa prendersi cura di una persona cara.  

Black MIrrorTutto ciò è anche una metafora, voluta o meno, che descrive alla perfezione i movimenti no-vax, le mamme informate e tutti i moti antiscientifici che legittimano i genitori a pensare di sapere cos’è meglio per i propri figli anche quando l’evidenza dei fatti è avversa. Il monito dello psicologo consultato a metà puntata è la voce della ragione, avverte Marie che il progetto Arkangel è fallito perché la sua conseguenza sulla psiche dei bambini si è rivelata controproducente, nonostante questo lei persiste ignorando l’avviso di uno specialista, a discapito unicamente di Sara, vittima innocente della sua sconsiderata apprensione. 

Tutto questo over-care sposta l’ago della bilancia su ciò che Sara percepisce come negativo, subendo un’incubazione perenne in cui per lei la normalità è avere la madre dentro la sua testa. Ogni bambino ha bisogno dei suoi segreti, della sua intimità in cui crescere, provare, sperimentare e fallire, e la verità tanto semplice quanto sfuggente ai genitori di questa generazione è che il ruolo della famiglia è quello di ammorbidire le conseguenze, di alleviare le ferite, non di tenere i piccoli in una bolla imperscrutabile che filtra la realtà.  

Allo stesso modo di Crocodile, Be Right Back e altri episodi in cui l’animo umano è il campo di gioco dell’episodio, Arkangel scopre delle carte ancora inedite fino ad ora nonostante gli anni trascorsi, vestendosi di un’autorialità che da tanto tempo mancava, forse proprio dall’acquisizione da parte di Netflix del brand.  

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