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[der Zweifel] The American Movie Covenant – Dai padri pellegrini al cinema Hollywoodiano

  • di der Zweifel
  • Luglio 13, 2017
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Che cos’è un American Covenant?

Com’è sempre stato sin dall’inizio, il vero spirito statunitense si fonda su quattro fondamenta ben precise: L’unione nella comunità, la grande differenza che separa gli americani dal vecchio continente, la quasi epica certezza di essere un popolo eletto direttamente da Dio e l’amore che unisce ogni cittadino contro quelle forze diaboliche estirpate durante i secoli di convivenza (nativi americani). Almeno così era stato negli in cui i padri pellegrini misero per la prima volta piede in quella terra promessa, quasi fosse la volontà divina a guidarli e a permettergli di costruire un nuovo tipo di società. Da quando William Bradford scrisse il sermone “Of Plymouth Plantation”, testo che doveva servire proprio a convincere i nuovi coloni ad andare fino in fondo con la missione, o anche quando alcuni anni più tardi John Winthrop ne scrisse uno analogo durante il viaggio dell’Arabella, la letteratura americana, o meglio statunitense, è sempre stata ricolma e satura di questi precetti ben precisi. Colonizzare attraverso l’amore, la fratellanza e la diversità che si era creata tra loro e quelli rimasti in Europa. Dal 1600 fino ad oggi, passando per i testi di Walt Whitman, Emerson o i discorsi d’insediamento dei vari presidenti successivi a George Washington, si è sempre parlato, più in grande, della cosiddetta Geremiade Americana; seguendo perciò le parole del profeta Geremia, il quale denuncia i peccati umani e spinge gli uomini a chiedere perdono e a convertirsi.

Inutile dire che tale spirito così radicato e usato ogni qual volta avvengano situazioni drammatiche sul suolo statunitense, lo si ritrova non solo nella produzione letteraria contemporanea, ma anche e soprattutto nel mondo del cinema, dove, senza che ce ne accorgessimo, è riuscito ad intaccarsi anche nelle nostre menti.

Partendo con il filone Western, la caccia all’indigeno e la presa dei territori prima di sua proprietà, è un tema radicato tanto in scrittura quanto nei film dei primi anni 40, quando a rappresentare la figura del vero americano puritano c’erano artisti come John Wayne, Glenn Ford, Charlton Heston, Gregory Peck, il caratterista Jack Elam o James Stewart. Un’icona del genere è sicuramente “Ombre Rosse” di John Ford interpretato da un giovane John Wayne, quello in cui maggiormente si delineano i trattati geremiadi e la forte alleanza dell’uomo bianco contro i barbari, se così possiamo chiamarli. Con l’aggiunta, inoltre, di un sapore biblico che non guasta mai e che è uno di quegli elementi che non passano mai di moda. “Il grande paese”, “Sentieri selvaggi”, “La conquista del West”, e molti altri ancora prima che entrasse in scena Sergio Leone e stravolgesse quell’epicità tipicamente americana. Anche nella stessa Hollywood a partire dagli anni settanta si è preferito continuare con toni più cauti e di colpevolezza per quello che era stato fatto in precedenza. “Balla coi lupi” o “Piccolo grande uomo” possono esserne un esempio.

Tuttavia è attraverso il genere fantascientifico che il “Covenant”, com’è chiamato il patto originale tra dio e i primi coloni, poté veramente prendere piede in maniera travolgente. Dopotutto era uno di quei campi non ancora civilizzati in cui fu più facile creare rimanendo comunque attaccati alle radici e agli antichi valori. Non vale la pena soffermarsi su molti di essi, né su quelli dei primi anni 50 e 60. Ne bastano davvero pochi per capire come l’American Religion e il movimento colonizzatore in nome dell’amore e della diversità sia stato utilizzato anche in modo spudorato. Quando parliamo di missioni e spedizioni fuori dal pianeta terra, il primo film che può venire in mente è quasi sicuramente “Alien”, del 1979, diretto da Ridley Scott. Il primo della lunga saga conclusasi con “Alien: Covenant”, uscito nelle sale cinematografiche quest’anno. L’elemento essenziale è sempre interpretato da una missione spaziale i cui componenti sono sempre i più esperti scienziati o meccanici americani. Nel film del 1979, era una nave commerciale, la Nostromo, che ritornava sulla terra dopo mesi di lavoro nello spazio. Una cosa tira l’altra e va tutto in vacca dopo aver scoperto una creatura quasi indistruttibile che inizia a seminare il panico tra l’equipaggio. Se nel primo è solo appena accennato, negli ultimi due film diretti dallo stesso Scott, “Prometheus” e “Alien: Covenant”, si ravvisa maggiormente quell’ansia culturale, la stessa dei padri pellegrini, prima di salpare per la meta stabilita e sperata. Durante il viaggio non si fa altro che ripetere il discorso di una sorta di elezione più grande ed importante; divina. Sono sempre gli americani che prima arrivano e meglio alloggiano, sentendosi sempre degni di occupare e procreare in una comunità coesa e libera dalle vecchie tradizioni. Ma come avvenne per i puritani di Bradford o di Winthrop, anche in questi due film, i protagonisti, i nuovi pellegrini, devono fare i conti con quella natura selvaggia, “Wilderness”, che li circonda e che può nascondere pericoli ben più seri e terrificanti di quelli dell’America del nord a metà 600. Infatti, non riusciranno mai a fondare una nuova comunità.

Ancor più palese, è nel film di James Cameron, “Avatar”. Qui veramente si sente la voglia di colonizzare passando sopra anche alle tribù locali con la forza della guerra; altro valore fondamentale per il popolo americano. Ma il regista Cameron sa che non può calcare troppo la mano, così fa vincere i nativi di Pandora, o meglio, li fa alleare con quel gruppo di americani pentiti e pronti ad aiutare i più deboli. Film di grande valore estetico, così come possono essere i vari Alien in circolazione, ma che scarseggia dal punto di vista di trama e di significato. Eppure, quei fattori che per noi europei o almeno non americani possono sembrare scontati e banali, sono sempre una marcia in più e un sintomo di orgoglio per gli statunitensi, che ci si rivedono sempre senza mai annoiarsi.

Non siete più in Kansas. Siete su Pandora, signore e signori. Non dimenticatelo, ogni secondo di ogni giorno” – Colonnello Quaritch, (Avatar – J. Cameron).

Quella stessa elezione da parte di un qualche essere, in questo caso non per forza Dio, è forse il tema che con più frequenza ricorre nel film fantascientifici; senza andare a toccare guerre di colonizzazione o viaggi verso terre inesplorate. Per fare qualche esempio, “2001: Odissea nello spazio”, in parte, “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, “E.T.”, “Mars Attacks”, sono tutti film in cui forme di vita extraterrestre cercano di mettersi in contatto con il genere umano, nella speranza di un incontro pacifico oppure no. E quale sarà mai il popolo con il quale può entrare in contatto un alieno? Uno statunitense, è ovvio. In sette miliardi di persone sono solo quei 350.000.000 ad averla vinta, ad essere scelti per un primo contatto. È un’ingiustizia bella e buona.

E come ciliegina sulla torta, è di regola citare il film di fantascienza più americano di tutti, in cui i sermoni puritani, i discorsi di Kennedy, la poesia di Whitman e il sogno di Martin Luther King si concretizzano e danno vita ad uno dei Blockbuster più amati di sempre. “Independence Day”, e il titolo dice tutto. L’attacco alieno proprio il 4 luglio è veramente un affronto. A suon di mitra, battute da ghetto, e con scene di scontri aerei il film si fa strada così, a cavallo tra un altro sermone, la difesa della propria razza sacra e un divertimento senza fine. È grazie anche a questi film che siamo riusciti ad americanizzarci, ma mai con così tanta devozione.

Forse è il destino che oggi sia il 4 luglio. Da oggi questa giornata non sarà più ricordata come una festa americana, ma il giorno in cui milioni di Paesi hanno detto: ‘Noi non ci arrenderemo, Noi non moriremo senza combattere!’Oggi festeggiamo il nostro giorno dell’Indipendenza!” – Presidente J. Thomas Whitmore, (Independence Day – Roland Emmerich).

Ritorniamo al genere western e concludiamo questa nostra riflessione con un regista un po’ sottovalutato per quanto riguarda un gusto poetico e letterario più profondo. Quentin Tarantino è etichettato come autore di film estremamente violenti, dove anche il linguaggio rozzo e da strada ne fa da padrone. Così può sembrare eppure è il suo ultimo film che sembra stravolgere un po’ il pregiudizio. “The Hateful Eight”, un western puramente Tarantiniano, dove tuttavia la morale del perfetto americano e la poesia della comunità viene fuori attraverso un elemento molto sottovalutato. La lettera del maggiore nero Warren (Samuel L. Jackson), che per tutto il film si crede essere scritta da Abraham Lincoln, è stata scritta proprio dal maggiore. Perché direte voi? Una lettera che riassume davvero lo spirito e il valore americano. In poche righe ripercorre la storia degli Stati Uniti e si sofferma su due punti fondamentali; Lincoln, inteso come un cristo immolatosi per il bene di tutti, e la poesia di Walt Whitman che è riuscito a dar voce a quel grande organismo vivente in espansione che è l’America e a dar voce a coloro che in vita non l’hanno avuta, come i negri, i nani, le prostitute, gli ubriaconi, i relitti sociali. In questo caso è come se il maggiore Warren facesse ciò che Whitman aveva tanto sperato; sentendosi un negro fra molti, (quelli del dopo guerra), si da voce da solo sentendosi parte di questo grande paese. Come mittente usa proprio l’americano più americano. L’uomo che riuscì a riunire due parti cicatrizzate dalla guerra. Lincoln disse, durante la commemorazione del cimitero di Gettysburg, che gli USA tramite una guerra sanguinosa si erano mesi alla prova e ne erano usciti lacerati ma ancora più uniti. Warren, infatti, condivide la lettera non solo con la bandita Domergue (Jennifer Jason Leigh), o con il cacciatore di taglie (Kurt Russel): condivide quell’atto d’amore, in una vita di omicidi e peccati, anche con un sudista, e assieme ad esso muore sul letto. Il film sembra dirci che, sebbene lo spargimento di sangue nella taverna di Minnie, alla fine è l’American Civil Religion a trionfare ovvero la credenza e la fede per i padri della patria come appunto Lincoln, Jackson, Jefferson o artisti del calibro di Whitman o Emerson. Finale veramente poetico. Uno dei più forti e commoventi dei film di Tarantino che fa un canto d’amore verso la comunità americana e si inorgoglisce del suo essere statunitense. Guerra di secessione e pace; strage nella taverna e pace. Identità intatta. Fratellanza, unione e amore; basta essere americani.

We still have a long way to go, But hand in hand I know we’ll get there I just want to let you know, you’re in my thoughts Hopefully our paths will cross in the future Until then, I remain your friend Ole’ Mary Todd’s calling, So I guess it must be time for bed, Respectfully… Abraham Lincoln.
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