Gli Uomini D’Oro di Vincenzo Alfieri | Recensione

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Che negli ultimi anni il cinema italiano stia risalendo la china, o stia quantomeno provando a portare in scena prodotti sicuramente più intraprendenti rispetto alle solite cose fatte negli ultimi 20 anni è cosa ben risaputa, ed fa ben sperare come provino costantemente a portare in scena sempre autori giovani, generi diversi tra di loro facendolo con attori di richiamo.
Per citarne alcuni solo quest’anno possiamo dire Il Primo Re, Un’Avventura, Dolceroma, Il Campione, Ma cosa ci dice il cervello, The Nest, 5 é il numero perfetto e il recente L’Uomo del Labirinto, tutti film non perfettamente riusciti per vari motivi che abbiamo spiegato nelle rispettive recensioni, ma interessanti nella struttura narrativa e di ciò che vogliono lasciare, questo Gli Uomini D’oro di Vincenzo Alfieri alla sua seconda opera cinematografica si inserisce perfettamente nel gruppo sopra elencato.
La trama ci porta nella Torino del 1996 dove troviamo Luigi, un impiegato delle Poste deputato a guidare il furgone portavalori. Gli mancano tre mesi alla pensione, e già si vede gestire un chiringuito in Costa Rica insieme al collega e amico Luciano. Ma il ministro Dini sposta dieci anni più avanti l’età pensionabile, e Luigi prende il destino nelle sue mani: rapinerà l’ufficio postale, impossessandosi dei valori che trasporta per mestiere. Alvise che non solo accompagna Luigi ma svolge altri due lavori per mantenere moglie e figlia secondo un decoro borghese che non può permettersi. È lui ad avere l’idea geniale per mettere a segno il colpo grosso, e vuole una fetta della torta. Nicola invece è un ex pugile che gestisce insieme ad Alvise un locale country western: anche lui entrerà a far parte dello schema criminale che dovrebbe cambiare loro la vita, con esiti tutti da scoprire.

Il film è diviso in 3 capitoli come per i 3 protagonisti, la prima parte, quella dove vediamo Il Playboy Gianpaolo Morelli, è quella che accende la miccia a tutta la storia; il personaggio di Morelli è quello meno approfondito e meno interessante visto che il suo background è poco sviluppato, ma ha il minutaggio maggiore nel momento della rapina vera e propria e che farà da collante ai 100 minuti di storia. Il racconto sul “Cacciatore” Fabio De Luigi è invece il migliore dei tre, anche se Alvise non è proprio un carattere interessantissimo neanche troppo originale, un personaggio burbero ed arrabbiato col mondo. In questo film a fare da padrone è proprio De Luigi, che per la seconda volta nella sua carriera dopo Come Dio Comanda, ricopre un ruolo prettamente drammatico riuscendo a convincere, dando al personaggio una propria identità e un suo fascino scenico. Complice anche il fatto ad essere l’unico dei tre ad avere un partner femminile con una caratterizzazione degna, ovvero la moglie interpretata da Susy Laude, che si conferma un attrice di buon livello.
Terzo e ultimo troviamo “Il Lupo” Edoardo Leo che probabilmente dei tre è quello più macchiettato, il classico duro con un passato alle spalle, messo un po’ da parte per la prima metà della durata arriva poi in pompa magna nella seconda. Leo è già familiare con questo tipo di ruolo, in quanto lo interpreta già in un film di inizio anno, ovvero Non ci Resta che il Crimine. A Leo non riescono bene queste parti, si vede che è forzato in questi ruoli, è molto più in forma nei film alla Smetto quando voglio. Un ruolo abbastanza povero di idee e di significato invece è quello affidato a Gianmarco Tognazzi che negli ultimi anni sta recitando in numerose pellicole, ma in tutte in piccoli ruoli decisamente anonimi.

La forza di questo prodotto però a parte la storia e il buon intreccio creato dal copione, è il lato tecnico. Alfieri al suo secondo lungometraggio si dimostra abilissimo nel girare soprattutto le scene più movimentate: la rapina ad esempio è girata davvero bene, e grazie al montaggio dello stesso regista gli viene data ancora più forza. Senz’ombra di dubbio rispetto al suo primo lavoro del 2017, I Peggiori, c’è stato un miglioramento e una crescita anche stilistica. Anche la fotografia con queste luci al neon all’inizio fino ad arrivare a questi toni cupi è davvero ben curata, alza il livello generale della pellicola. In sostanza questa nuovo esperimento cinematografico italiano porta a casa un prodotto più che riuscito divertente, a volte realizzato come se ne vedono pochi nel nostro panorama cinematografico. Peccato per qualche banalità di troppo, che lo avrebbe reso ancora migliore.