Arriva su Netflix, House of Guinness, nuovo progetto di Steven Knight, che dopo il successo di Peaky Blinders, porta con sé un carico enorme di aspettative e barili di birra.
Il creatore inglese con questa nuova produzione imponente ha scelto di cimentarsi con un’altra dinastia storica, quella della famiglia Guinness, intrecciando realtà e finzione in un racconto che miscela politica, affari e conflitti sociali nella Dublino degli anni ’60 del diciannovesimo secolo. Una Dublino dove oltre ai barili di birra volavano anche barili di esplosivo.
La serie si inserisce nel solco tracciato dai suoi lavori precedenti, ma cerca al contempo di ampliare lo sguardo: meno gangsterismo urbano, più politica e tensioni religiose; meno violenza immediata, più intrighi e alleanze pericolose. È un racconto che parte dal cuore della Dublino ottocentesca per abbracciare i temi universali che da sempre ossessionano Knight: il potere, il peso della famiglia, la possibilità di tradire o essere traditi, e soprattutto il prezzo da pagare quando si cerca di dominare la Storia.
A seguito della morte di Sir Benjamin Guinness, l’uomo che ha reso grande il birrificio Guinness, toccherà ai suoi figli portare avanti la sua eredità: il successore perfetto Edward (Louis Partridge), il figlio che ha abbandonato l’Irlanda Arthur (Anthony Boyle), la pecora nera Benjamin (Fionn O’Shea) e l’unica figlia Anne (Emily Fairn). I Quattro figli di Sir Guinness dovranno scontrarsi con una società Europea che sta cambiando, mentre l’Irlanda si trova sempre di più al collasso a causa delle rivolte e delle ambizioni dei Feniani guidati dai fratelli Cochrane, Ellen e Patrick, ma ci può essere del terreno comune per una pace?
Con House of Guinness, approdato da poco su Netflix, Steven Knight firma un nuovo capitolo della sua ormai inconfondibile epopea sulle famiglie potenti, fragili e contraddittorie che hanno segnato la storia britannica e irlandese. Dopo il clamoroso successo di Peaky Blinders, era naturale chiedersi se lo sceneggiatore e showrunner sarebbe riuscito a rinnovare la sua formula senza scadere nell’autocitazione. La risposta, come spesso accade nei progetti di Knight, è complessa: House of Guinness è una serie densa, ambiziosa, con momenti altissimi di scrittura e recitazione, ma anche inevitabili richiami al mondo degli Shelby che rendono l’esperienza familiare per alcuni spettatori e un po’ derivativa per altri.
In ogni caso, ci troviamo di fronte a un prodotto di altissimo livello, tecnicamente impeccabile, solido a livello di scrittura, e arricchito da un cast che sa come scolpire personaggi memorabili nella memoria dello spettatore. La vicenda della famiglia Guinness viene romanzata e trasformata in un dramma storico-politico che non si limita a ricostruire, ma sceglie di raccontare l’Irlanda degli anni 1860 attraverso il prisma di potere, religione e conflitti sociali.
Il paragone con Peaky Blinders è inevitabile. Knight stesso sembra averlo messo in conto: la struttura narrativa di House of Guinness poggia ancora una volta su una famiglia divisa tra affari, politica e crimine, pronta a tutto pur di mantenere il proprio potere. Se in Peaky Blinders la scena era quella della Birmingham industriale del primo dopoguerra, qui il palcoscenico diventa la Dublino del 1860, una città segnata dalle tensioni religiose tra cattolici e protestanti, dalle prime avvisaglie di indipendentismo e da una modernità che si affaccia con prepotenza.
La famiglia Guinness, già celebre per la propria birra e per l’impatto economico sulla città, viene mostrata in un momento di transizione: la morte del patriarca non rappresenta solo un lutto, ma anche un’occasione di riorganizzazione, un cambio di equilibri che alcuni membri avevano pianificato ancor prima dell’evento. Il tema del lutto come spartiacque è centrale: Knight non si concentra tanto sulla perdita quanto sul calcolo freddo di chi vede nell’assenza paterna la possibilità di un’ascesa personale.
Al centro della narrazione troviamo Edward e Arthur Guinness, interpretati rispettivamente da Louis Partridge e Anthony Boyle. I due fratelli incarnano due anime complementari e contrastanti della famiglia.
Edward è, a tutti gli effetti, il personaggio che più richiama Thomas Shelby. Non tanto per una banale somiglianza estetica o caratteriale, quanto per la scrittura che gli attribuisce il ruolo di stratega, mente calcolatrice, uomo capace di muoversi con freddezza tra i pericoli della politica e della criminalità. Ma Edward non è una copia carbone: in lui convivono la lucidità di Tommy e la saggezza pragmatica di Polly Gray, la leggendaria zia Shelby. Knight sembra divertirsi a costruire un “ibrido” che, pur muovendosi in territori noti, ha la possibilità di svilupparsi in direzioni nuove grazie all’interpretazione di Partridge, che porta un’energia giovanile e una misura che differenziano Edward da Thomas.
Arthur, invece, è un personaggio molto più libero da paragoni. Più impulsivo, fervente credente, ostile ai Feniani e immerso in una carriera politica che lo proietta ben oltre i confini di Dublino, Arthur rappresenta la contraddizione vivente tra modernità e tradizione. È ambizioso ma vulnerabile, determinato ma facilmente travolto dalle passioni, tanto da costringere la famiglia a nascondere alcuni suoi segreti dietro un matrimonio combinato. Anthony Boyle gli conferisce una fisicità e un’intensità che lo rendono forse il personaggio più imprevedibile della serie.
Accanto ai due fratelli maggiori troviamo Benjamin Guinness, interpretato da Fion O’Shea, il più giovane della stirpe e il vero elemento destabilizzante della famiglia. Se Edward e Arthur incarnano serietà, calcolo e politica, Benjamin diventa la “pecora nera”, un jolly narrativo che introduce leggerezza e humor in una trama altrimenti cupa. Le sue azioni svelano anche il lato meno edificante della famiglia, pronta a sacrificare la coerenza e la carità per preservare prestigio e influenza. Benjamin è la prova che Knight non intende limitarsi a ripetere lo schema “fratelli divisi e complementari”: qui c’è un terzo polo che arricchisce l’asse narrativo e apre spazi per sviluppi futuri.
Uno dei punti di forza del lavoro di Knight è sempre stato l’approfondimento dei personaggi femminili. House of Guinness non fa eccezione, e anzi sembra voler sottolineare quanto siano fondamentali le donne nella ridefinizione della famiglia.
Anne Plunket (Emily Fairn), figlia cagionevole di Sir Benjamin Guinness, porta nella serie un elemento di delicatezza e spiritualità. Estranea agli affari economici, diventa però un personaggio centrale nell’evoluzione politica della famiglia, grazie alla sua visione caritatevole e al suo ruolo di coscienza morale.
Ancor più potente è la figura di Ellen Cochrane (Niamh McCormack), personaggio inventato per la serie ma che rappresenta una delle creazioni più interessanti di Knight. Ellen è al centro delle tensioni tra Edward e i Feniani, incarnando la lotta politica e rivoluzionaria che minaccia la stabilità dei Guinness. È complessa, affascinante, capace di spezzare la rigidità patriarcale della famiglia con una forza tutta sua. Knight dimostra ancora una volta di saper scrivere personaggi femminili che non scivolano mai nello stereotipo, ma che anzi diventano agenti attivi del dramma.
Un altro grande colpo della serie è il ritorno sullo schermo di Jack Gleeson, che molti ricorderanno come il sadico Joffrey Baratheon di Game of Thrones. Qui interpreta Byron Hughes, personaggio subdolo e affascinante che conferma la sua abilità nell’incarnare figure ambigue e manipolatrici. Dopo la sua performance in The Sandman, Gleeson continua a dimostrare di essere un attore versatile e capace di reinventarsi.
Stiamo parlando sempre di un prodotto Netflix e di Steven Knight, quindi non possiamo non dedicarne un pò di questa recensione al lato tecnico, dall’ambientazione, passando per i costumi e arrivando a regia e fotografia.
Il setting è uno degli elementi che fanno davvero la differenza. La Dublino del 1860 è una città in ebollizione, divisa tra cattolici e protestanti, attraversata da tensioni sociali e politiche che Knight riesce a rendere palpabili. La ricostruzione di Dublino negli anni 1860 è impressionante. Le strade fangose, i vicoli popolati da poveri e mendicanti, i grandi edifici protestanti contrapposti ai quartieri cattolici: tutto contribuisce a rendere la città un personaggio a sé stante. La Guinness Storehouse e gli ambienti familiari vengono resi con sfarzo ma senza cadere nel ridondante, ricordandoci continuamente il peso economico e sociale della famiglia protagonista. A restituire il meglio il setting Dublinese anche l’attenzione ai costumi. I costumi meritano una menzione particolare. Ogni abito sembra studiato per riflettere la posizione sociale e il carattere dei personaggi. Edward indossa completi austeri e sobri, specchio della sua razionalità; Arthur predilige colori più vividi e tagli leggermente fuori moda, segnale della sua impulsività; Benjamin appare più trasandato, mentre le figure femminili oscillano tra l’eleganza aristocratica e la semplicità delle eroine popolari, soprattutto nella figura di Ellen Cochrane.
Dal lato della regia e della fotografia siamo di fronte ad un prodotto curato nei minimi dettagli – Knight ed il suo team mettono in campo uno stile classico e solenne, con un uso ricorrente di campi lunghi e carrellate lente che restituiscono l’imponenza dei palazzi e delle piazze di Dublino e in minor misura New York. Nei momenti più intimi, invece, la macchina da presa si avvicina ai volti, indugiando sui silenzi e sulle espressioni, come a sottolineare che il vero campo di battaglia è sempre quello interiore. L’alternanza tra queste due scale narrative – il politico e il personale – è gestita con grande abilità. La fotografia richiama volutamente le atmosfere di Peaky Blinders, con luci contrastate e toni cupi, ma si adatta al contesto irlandese. La luce naturale gioca un ruolo importante, con cieli plumbei e interni rischiarati da candele e lampade a olio che accentuano l’aura malinconica della Dublino ottocentesca. C’è un costante gioco di chiaroscuri che diventa anche metafora dei conflitti morali dei personaggi.
La scelta musicale, anch’essa riconoscibile per affinità con Peaky Blinders, si integra perfettamente con l’ambientazione irlandese, evitando la trappola del déjà vu troppo marcato. Knight non tradisce le attese, ed evita appunto il ripetersi con la sua precedente opere, niente rock, la scelta delle musiche mantiene un tono contemporaneo pur radicandosi nelle sonorità irlandesi. Le ballate malinconiche e i cori religiosi si mescolano con brani moderni rivisitati, creando un ponte tra passato e presente che restituisce al pubblico un senso di familiarità e freschezza al tempo stesso.
Il risultato complessivo è un apparato tecnico che non solo sostiene la storia, ma la amplifica: lo spettatore viene immerso in un mondo coerente e vivido, in cui ogni dettaglio visivo e sonoro contribuisce a rendere credibile e coinvolgente la vicenda.
Uno dei problemi narrativi più evidenti di House of Guinness è la consapevolezza storica dello spettatore: tutti sappiamo che la Guinness diventerà un marchio mondiale di successo. Questo toglie suspense agli sviluppi economici, ma Knight sposta abilmente l’attenzione altrove. La vera forza della serie risiede nei personaggi, nei loro conflitti interni, nei drammi personali e nelle alleanze pericolose che segnano la loro ascesa politica e sociale. Il destino della birreria può essere noto, ma quello delle persone che la governano rimane imprevedibile, e proprio lì Knight trova la sua linfa narrativa.
House of Guinness non è una serie perfetta. I richiami a Peaky Blinders sono così evidenti da risultare a tratti ingombranti. C’è chi potrebbe accusarla di essere una sorta di spin-off spirituale travestito da nuovo progetto. Tuttavia, ciò che potrebbe sembrare un difetto diventa anche una garanzia: chi ha amato gli Shelby ritroverà atmosfere, temi e dinamiche familiari note, ma declinate in un contesto diverso e arricchite da nuovi spunti.
Il ritmo è ben calibrato: otto episodi che non soffrono della “malattia del film diviso in puntate”, come spesso accade nelle produzioni Netflix. La narrazione procede con naturalezza, senza cadere in dilatazioni inutili o cliffhanger forzati.
Con House of Guinness, Steven Knight conferma il suo talento nel raccontare storie di famiglie potenti, tormentate e immerse in contesti storici complessi. La serie è un dramma solido, appassionante e tecnicamente impeccabile, capace di fondere business, politica, criminalità e terrorismo in una miscela esplosiva.
Se è vero che le somiglianze con Peaky Blinders sono numerose e a tratti ingombranti, è altrettanto vero che Knight riesce a trovare nuove sfumature, soprattutto grazie a personaggi come Edward, Arthur, Ellen e Byron. La Dublino del 1860 diventa un personaggio essa stessa, un teatro vibrante di conflitti religiosi e sociali che amplifica la tensione narrativa.
House of Guinness non è un semplice “nuovo Peaky Blinders”: è un racconto che prende le basi da una formula vincente e cerca di arricchirla con nuovi colori, nuove dinamiche e nuove prospettive. Non sarà perfetta, ma è una serie che cattura, intrattiene e promette sviluppi ancora più ambiziosi nelle stagioni future.
House of Guinness con tutti gli otto episodi che compongono la prima stagione, dalla mente di Steven Knight (Peaky Blinders), ha debuttato su Netflix, qui di seguito il trailer:
















