The Father – Nulla è come sembra

Regia di Florian Zeller

Nel 2012 Florian Zeller porta a teatro Il Padre, spettacolo teatrale che aveva già ricevuto un adattamento cinematografico nel 2015, con Florida. Nel 2021 lo stesso Zeller ha deciso di riportare la sua storia sul grande schermo con The Father – Nulla è come sembra, potendo contare su un cast eccezionale formato da Anthony Hopkins, Olivia Colman e Mark Gatiss. Nella sua spirale narrativa, il film racconta una parte di vita di Anthony (Anthony Hopkins), uomo anziano alle prese con l’Alzheimer che inizia a diffidare di tutta la gente che ha intorno, specialmente sua figlia Anne (Olivia Colman). Tra una scena e l’altra, tra un’illusione e quella successiva, The Father trascina lo spettatore nella stessa confusione di Anthony, che con l’incedere degli eventi è sempre più confuso e sempre più spaesato. Tutto questo fino al finale toccante e assolutamente delicato e tenero, con una scena che è valso ad Anthony Hopkins il tanto discusso Oscar come miglior attore protagonista. Florian Zeller, anche lui insignito di una statuetta dall’Academy per la miglior sceneggiatura non originale, è stato assolutamente abile nel riuscire a restituire quel format teatrale dell’opera anche al cinema, abbinando però questo linguaggio a quello del grande schermo, con un risultato veramente incredibile dal punto di vista della tensione e della suspense. Quasi uno specchio dei tempi in cui la pellicola è uscita al cinema, per via della sua lentezza e compassatezza, in The Father nulla è come sembra, ma le emozioni che riesce a suscitare sono tutte assolutamente reali.


The French Dispatch

Regia di Wes Anderson

Decimo lungometraggio di uno dei Maestri cineasti del nostro tempo, The French Dispatch of the Liberty, Kansas Evening Sun, più semplicemente noto come The French Dispatch, è l’ultima incredibile opera del regista texano Wes Anderson.  Il The French Dispatch è un supplemento settimanale culturale della rivista statunitense Evening Sun che viene scritto e pubblicato ad Ennui-sur-Blasé, piccola e pittoresca cittadina francese. Alla morte del direttore Arthur Howitzer Jr. (Bill Murray), la redazione si riunisce per la pubblicazione dell’ultimo editoriale che raccoglierà le tre migliori storie del The French Dispatch che l’hanno reso noto negli anni. Inizia così un racconto antologico all’interno delle pagine dell’inserto a partire dalla prima storia che vede l’artista carcerato Moses Rosenthaler (Benicio Del Toro) innamorarsi della guardia carceraria Simone (Léa Seydoux), seguita poi dal racconto delle rivolte studentesche del ’68 in cui il giovane Zeffirelli (Timothée Chalamet) intrattiene una relazione con la donna adulta Lucinda Krementz (Frances McDormand), per chiudersi con le peripezie sul rapimento di uno chef.  Prendendo spunto dalle pagine della rivista statunitense The New Yorker, Anderson ha creato una “lettera d’amore al giornalismo” che racchiude le tre migliori storie di questo piccolo inserto. Traendo ispirazione inoltre da L’oro di Napoli di De Sica, il regista colleziona un racconto corale dove ad esser protagonisti sono le molteplici voci e le molteplici vite di personaggi eccentrici e rocamboleschi perfettamente inseriti in un’architettura narrativa e scenica perfetta, ormai marchio di fabbrica del regista texano.


The Last Duel

Regia di Ridley Scott

L’anno di Ridley Scott è stato caratterizzato da un grande errore, ossia l’aver puntato su House of Gucci e sul suo cast di figurine – riusciranno a perdonare questa definizione Lady Gaga, Jared Leto e Al Pacino – invece che su The Last Duel. I due film, accomunati da Scott in cabina di regia e da Adam Driver tra i protagonisti. La pellicola è una storia medievale che si concentra sul concetto di onore ma anche sulla figura della donna in quel periodo, presentando il personaggio di Jodie Cormer, tra le migliori della pellicola, come un vero e proprio hunicum, fermo sulle sue posizioni, decisamente moderno e rappresentate della verità nella struttura episodica che mette in contrapposizione il già citato Adam Driver con Matt Damon, entrambi autori di un’ottima prova. La pellicola, ispirata al vero duello di Dio avvenuto in Francia nel 1386, fa della messa in scena e dell’atmosfera il suo punto di forza e il modo in cui è raccontata la storia, con dettagli diversi a seconda della versione di chi sta raccontando. I tre filoni portano poi all’epico finale, con lo scontro tra le parti, carico di tensione e pathos, come solo Ridley Scott è in grado di fare. Lo si ripete, è un peccato che il regista, probabilmente per motivi di marketing che non dipendono comunque da lui, abbia scelto di puntare di più su House of Gucci dal punto di vista mediatico, perché The Last Duel è la classica perla silenziosa di questo 2021.


The Suicide Squad – Missione Suicida

Regia di James Gunn

C’è tantissimo e pochissimo da dire su The Suicide Squad – Missione Suicida. Sin da quando Warner Bros. e DC Films hanno scelto James Gunn, approfittando del suo (poi temporaneo) allontanamento dai Marvel Studios, era chiaro che il film, dopo il primo Suicide Squad, avrebbe portato il cinecomic su un livello totalmente differente in fatto di qualità cinematografica. E infatti, la produzione ha avuto la lungimiranza di dare l’incarico ad un Gunn con le briglie sciolte, che ha letteralmente potuto fare quello che vuole. La pellicola, che è un soft reboot del primo film, conta anche su alcuni membri del cast precedente come Margot Robbie nei panni di Harley Quinn, Joel Kinnaman in quelli di Rick Flag e Viola Davis che torna ad essere Amanda Waller, aggiungendo poi altri attori, tra i quali Idris Elba, David Dastmalchian, Peter Capaldi e il sorprendente John Cena (nei panni di un azzeccatissimo Peacemaker), per confezionare una storia che funziona ed è assolutamente nello stile di Gunn. Stile di Gunn che però, per assurdo, è lontano dai suoi lavori per il Marvel Cinematic Universe ed è incredibilmente più vicino alle sue fatiche targate Troma, con una violenza al limite del gore ed un ritmo serrato e affascinante che non ha paura nel coinvolgere lo spettatore in una serie di scene che potrebbero sembrare eccessivamente sopra le righe ma che, invece, funzionano alla perfezione perché il regista è stato in grado di costruire tutto in maniera eccelsa. Per questo motivo The Suicide Squad merita di essere in questa lista, anche se, come si può evincere da quanto appena letto, un buon 70% del successo in termini di accoglienza (al botteghino, purtroppo, i risultati nono sono stati così esaltanti) è dovuto proprio all’uomo in cabina di regia, che ha saputo prendere – l’ennesimo – gruppo di emarginati sociali, metterli al centro e far provare al pubblico vero e proprio affetto per loro, anche se si trattava della Task Force X.

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