La Grazia è davvero un nuovo Sorrentino, come si dice, oppure è sempre lo stesso regista, limitato in alcuni aspetti? La risposta sta, come al solito, nel mezzo, anche se spetta al pubblico giudicare. La realtà è che questo film si allontana notevolmente dai temi che Sorrentino ha esplorato negli anni, pur mantenendo alcuni tratti stilistici tipici del regista, applicati a un tema che in Italia diventa quasi uno spauracchio, come accadde per l’opera prima di Valeria Golino presentata a Cannes nel 2013 o Exit, mai distribuito in Italia. Gestire un tema simile è ancora più complesso se consideriamo la struttura innovativa del film. La Grazia, quindi, è prodotto dallo stesso Sorrentino con la sua casa di produzione, affiancata da PiperFilm, che già aveva collaborato con il regista.

Mariano De Santis è il Presidente della Repubblica. Nessun riferimento a presidenti esistenti, frutto completamente della fantasia dell’autore. Vedovo, cattolico, ha una figlia, Dorotea, giurista come lui. Alla fine del suo mandato, tra giornate noiose, spuntano gli ultimi compiti: decidere su due delicate richieste di grazia. Veri e propri dilemmi morali. Che si intersecano, in maniera apparentemente inestricabile, con la sua vita privata. Mosso dal dubbio, dovrà decidere. E, con grande senso di responsabilità, è quel che farà questo grande Presidente della Repubblica Italiana.

Il cast de La Grazia è ricco di ottime performance. Toni Servillo, ormai spalla fissa del regista, offre una prova convincente: interpreta un Presidente stanco e affaticato, che desidera solo lasciare l’incarico. Anna Ferzetti, molto brava come figlia e giurista, è purtroppo limitata dalla sceneggiatura, che mette maggiormente in risalto il ruolo di figlia piuttosto che quello professionale. Il vero fiore all’occhiello del film è Milva Marigliano, che interpreta Coco Valori, una vecchia amica del presidente. Il personaggio funziona perfettamente come elemento comico, anche se non ha molto spazio nel resto del film.

Sorrentino in questo film ha deciso di divertirsi e di far divertire, e ci riesce pienamente. La regia diventa ironica: non ride della situazione, ma di eventi specifici, come il rap del presidente. Diventa monumentale nei momenti giusti e più scanzonatoria quando serve alleggerire il peso delle responsabilità del presidente. La regia è pulita, priva di sbavature, come da consuetudine per Sorrentino, e sperimenta in chiave ironica senza vincoli del passato. A tutto ciò si aggiunge il mistero della trama, che aumenta l’interesse verso il film.

Guardando un film di Sorrentino ormai sappiamo cosa aspettarci: estetica impeccabile e scrittura di qualità, seppur con alcuni personaggi poco approfonditi. Anche qui accade lo stesso: Coco Valori è il personaggio comico e funziona, mentre le debolezze della sceneggiatura riguardano Anna Ferzetti, limitata a un ruolo di figlia preoccupata solo per il padre. Le donne restano un punto debole nelle sceneggiature di Sorrentino, poco approfondite, come lo era Parthenope nel film precedente, nonostante la struttura ben costruita in due atti su tre.

Montaggio, scenografia e fotografia sono di alto livello e contribuiscono a immergersi nel mondo creato dal regista. I costumi eleganti, dai toni classici, esaltano la pacatezza di Servillo, mentre sotto la superficie emerge una sua personale rivoluzione. La fotografia valorizza i luoghi del Parlamento, creando una sensazione di sacralità che permea tutto il film. Il montaggio, accompagnato da una musica crescente, segue il dubbio di De Santis fino alla risoluzione finale.

Sorrentino realizza un film politico, un ultimo canto del cigno di un presidente che ha sempre agito in difesa e mai in attacco, ma che negli ultimi mesi di mandato decide di affrontare uno dei temi più scottanti del nostro paese, complice anche il Vaticano. La vicenda si sviluppa attraverso tre semplici domande, legate da un fil rouge che si dipana nel corso della pellicola. Questo simbolismo diventa ancora più evidente nel confronto tra i doveri e i diritti del presidente verso il popolo. La presa di posizione del film, però, è più forte di quanto De Santis voglia far sembrare.

La Grazia di Paolo Sorrentino si conferma così come uno dei film più attesi di gennaio 2026, una pellicola che potrebbe piacere anche a chi di solito non ama i film dell’autore. Risulta più riflessivo dei precedenti, affronta temi maturi e fondamentali per l’Italia di oggi, e discuterne diventa essenziale per continuare il dibattito da una nuova prospettiva rispetto ai film citati.

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