Diretto da Shih-Ching Tsou, Left-Handed Girl – La mia famiglia a Taipei è un delicato dramma familiare taiwanese, scritto e prodotto insieme al regista premio Oscar, Sean Baker. Il film è interpretato da Shih Yan Ma, Janel Tsai e dalla giovane Nina Ye, protagoniste di un racconto che intreccia quotidianità, tradizione e identità femminile. Distribuito in Italia da I Wonder Pictures, il film arriva nelle sale il 22 dicembre. Abbiamo visto il film in anteprima e di seguito vi riportiamo il nostro parere.
La storia segue una madre single e le sue due figlie che, dopo anni trascorsi lontano dalla città, tornano a Taipei per ricominciare una nuova vita aprendo un piccolo chiosco in un affollato mercato notturno. Il ritorno alla metropoli porta con sé difficoltà economiche, tensioni familiari e il peso di tradizioni ancora fortemente radicate, che emergono soprattutto nel rapporto tra le generazioni.
La mia famiglia a Taipei trova la sua forza soprattutto nel modo in cui viene messo in scena. Il rapporto artistico tra Tsou e Sean Baker rappresenta infatti uno degli elementi chiave per comprendere l’identità del film. I due collaborano da anni, condividendo uno sguardo profondamente umanista e un’attenzione costante verso personaggi ai margini, raccontati con rispetto e naturalezza. Anche in questo caso, come già avvenuto in diversi film di Baker, la scelta tecnica diventa parte integrante del linguaggio: La mia famiglia a Taipei è girato con l’iPhone, soluzione che richiama esperienze emblematiche come Tangerine di Baker e che favorisce un’estetica immediata, capace di inserirsi negli spazi reali senza alterarne l’equilibrio. Questa modalità produttiva rimanda idealmente allo spirito del Dogma 95, il manifesto cinematografico che promuoveva un ritorno all’essenzialità del mezzo, alla centralità degli attori e alla verità della messa in scena, riducendo al minimo artifici tecnici. Pur senza aderire formalmente a quelle regole, Tsou e Baker ne condividono però l’approccio etico e stilistico. Il risultato è un cinema che privilegia l’autenticità, rendendo lo spettatore partecipe della vita che scorre sullo schermo.
La mia famiglia a Taipei adotta così un approccio che richiama una sorta di neorealismo contemporaneo, capace di fondere il dramma familiare con il racconto di formazione e una più ampia riflessione culturale. La famiglia diventa il primo e più importante terreno di osservazione: un microcosmo attraversato da affetti, conflitti e tensioni tra generazioni che riflettono un cambiamento sociale più ampio. Tsou osserva i suoi personaggi con uno sguardo mai giudicante, lasciando che siano le dinamiche interne a guidare l’evoluzione della storia. Il film è quindi anche un racconto di formazione, soprattutto attraverso il punto di vista delle giovani ragazze, chiamate a confrontarsi con regole, aspettative e tradizioni che spesso entrano in attrito con le mentalità più adulte.
Fondamentale è il ruolo del mercato notturno di Taipei, che non funge da semplice sfondo ma da vero e proprio spazio narrativo. È qui che il film trova il suo ritmo, mescolando il rumore della città, i flussi di persone e la vitalità urbana a una dimensione più familiare. All’interno di questo impianto realistico si muove una famiglia alle prese con le difficoltà del quotidiano, osservata attraverso un punto di vista preciso e mai casuale: quello di una bambina dallo sguardo vigile. È lei il centro del film, colei che osserva e rielabora ciò che accade intorno a sé. Il tema della “mano del diavolo”, la sinistra (il titolo originale è infatti Left Handed Girl), diventa un simbolo del film. Costretta a correggere un gesto considerato sbagliato, la bambina impara presto che l’errore e la disobbedienza possono trasformarsi in strumenti di comprensione del mondo adulto. Le piccole azioni (anche sbagliate) che compie non vengono mai giudicate, ma osservate come tappe di un percorso. Attraverso di lei, il film costruisce un racconto di formazione profondo, in cui l’apprendimento non passa attraverso eventi straordinari, ma attraverso il confronto quotidiano con le fragilità degli adulti, le contraddizioni familiari e le regole non scritte della società.
La mia famiglia a Taipei è un film caldo e intimo, ma attraversato da una vena drammatica che non cerca mai empatia. Il dolore, la fatica e la precarietà economica emergono con naturalezza, inscritti nei corpi e nei silenzi dei personaggi più che nei dialoghi. Tsou dimostra una notevole sensibilità nel bilanciare questi registri, evitando sia il melodramma che l’asciuttezza, costruendo un racconto fatto di sfumature. La scrittura lavora per sottrazione, lasciando che siano gli spazi, i gesti e i tempi morti a generare significato. La mia famiglia a Taipei si rivela così un’opera prima solo in apparenza. È infatti il frutto di una mano già esperta, capace di padroneggiare i codici del realismo contemporaneo e di piegarli a un racconto personale, coerente e profondamente umano. Shih-Ching Tsou dimostra di sapere esattamente cosa dire e come dirlo, regalando un film che, nella sua apparente semplicità, racchiude uno sguardo maturo e una sorprendente densità tematica.
Left-Handed Girl – La mia famiglia a Taipei colpisce per la capacità di trasformare una storia semplice in un racconto stratificato e profondamente significativo. Attraverso uno sguardo discreto ma rigoroso, Tsou costruisce un’opera che parla di famiglia, crescita e identità senza ricorrere a scorciatoie narrative o facili sentimentalismi. Il film riesce a tenere insieme dimensione privata e respiro culturale, facendo della quotidianità uno spazio di racconto universale.
La Mia Famiglia a Taipei arriva al cinema con I Wonder Pictures a partire dal 22 dicembre. Ecco il trailer del film:
















