Distribuito in Italia da MUBI a partire dall’8 gennaio, Sirāt segna il ritorno al lungometraggio di Óliver Laxe, uno dei registi più radicali del cinema europeo contemporaneo. Presentato in concorso al Festival di Cannes, il film conferma ancora una volta la capacità di Laxe di imporsi nel panorama internazionale con opere che sfidano le convenzioni narrative e cercano un contatto diretto con le emozioni dello spettatore. Qui, come nei suoi lavori precedenti, il regista esplora temi delicati e complessi come la spiritualità, la relazione tra uomo e natura, la fragilità dei legami familiari, ma anche la disgregazione del presente. Abbiamo visto il film e di seguito vi riportiamo il nostro parere.
Luis e suo figlio Esteban sono alla ricerca della figlia scomparsa dopo un rave nel deserto. Quello che sembra un punto di partenza lineare, quasi tradizionale, si trasforma rapidamente in qualcosa di completamente inaspettato.
Con Sirāt, Laxe tradisce la premessa iniziale e il film si evolve in qualcosa di più oscuro e inaspettato. Questa rottura con le aspettative è utile per immergere lo spettatore in un dramma feroce e in continua evoluzione, in cui ciò che conta non è tanto il “cosa succede”, quanto come viene vissuto. Il racconto si costruisce su accumulo sensoriale e tensione e ogni elemento della messa in scena diventa essenziale. Il deserto, le luci, le ombre, gli spazi vuoti, i silenzi: tutto contribuisce a rendere ogni passo dei personaggi un’esperienza fisica, che si percepisce nel corpo.
Il cast è guidato da Sergi López, che qui offre una prova intensa capace di trasmettere dolore e vulnerabilità con una naturalezza impressionante. Al suo fianco, il piccolo Bruno Núñez Arjona e una serie di attori “non convenzionali” completano un gruppo che funziona quasi come un organismo collettivo. La scelta di Laxe di mescolare professionisti e presenze meno esperte non è casuale: serve a conferire autenticità ai rapporti sullo schermo, creando dinamiche che appaiono spontanee ma che sono il frutto di una regia precisa e attenta. Girato tra deserti e paesaggi estremi, Sirāt colpisce immediatamente per la potenza delle immagini: il deserto non è solo sfondo, ma presenza viva, ostile e quasi metafisica, che riflette le tensioni interiori dei personaggi.
E se la messa in scena è potente, il comparto sonoro è semplicemente incredibile. La colonna sonora elettronica risuona insieme ai battiti dei personaggi, i silenzi improvvisi sorprendono e la costruzione sonora degli ambienti diventa un vero e proprio linguaggio. Rumori, bassi e riverberi descrivono tensioni, paure e traumi. Il suono diventa un veicolo fondamentale per entrare dentro il film, per percepire ciò che rimane invisibile. Ogni attore contribuisce a costruire un microcosmo familiare e umano, un gruppo costretto a ridefinire sé stesso davanti a circostanze estreme. Il film diventa così anche un grande racconto famigliare, ma non convenzionale: una famiglia che non sceglie i propri membri, che deve reinventarsi e resistere di fronte a un trauma profondo e in gran parte inesprimibile.
Sirāt è un film che chiede di essere vissuto più che compreso. Non da risposte immediate, non semplifica: invita lo spettatore a perdersi, a camminare con i personaggi e a percepire la loro esperienza, fatta di dolore, paura, speranza e solidarietà.
In conclusione, Sirāt conferma Óliver Laxe come uno dei registi più interessanti del panorama contemporaneo. Trasforma un’idea narrativa apparentemente semplice in un viaggio emotivo e sensoriale complesso e feroce, sostenuto da una regia elegante, un suono ipnotico e interpretazioni straordinarie. È un film che parla di legami e trauma, che lascia un segno indelebile nello spettatore e dimostra ancora una volta che il cinema può essere, prima di tutto, un’esperienza da vivere.
Sirāt arriva al cinema con MUBI a partire dall’8 gennaio. Ecco il trailer del film:














