Girato in gran segreto in piena pandemia, sin dal suo annuncio Malcolm & Marie è stato un film capace di far parlare di sé. Forse per quella fotografia in bianco e nero che attira sempre molte attenzioni, forse per la presenza di Zendaya (attrice in piena ascesa ad Hollywood) o di John David Washington (al momento dell’annuncio si era in piena campagna marketing per TENET), forse per la regia di Sam Levinson, forse perché si trattava del primo film ad esser stato realizzato dopo che il COVID-19 aveva sconvolto le vite di tutto il mondo. Insomma, è fuor di dubbio che la pellicola, acquistata da Netflix che, si sa, ha sempre buon fiuto per i progetti destinati a diventare tendenza (per un motivo o per un altro), sia uno dei prodotti cinematografici più attesi di questo inizio 2021. In un certo senso, però, è anche un film sul quale è impossibile fare previsioni. “La storia dell’amore” veniva definito nel trailer rilasciato alcune settimane fa. Una descrizione che rischia di far storcere il naso, perché magari può lasciar intendere un film melenso e pieno di discorsi triti e ritriti sull’amore. Eppure, la presenza del “visionario” Sam Levinson avrebbe dovuto promettere qualcosa in più. Così, effettivamente, è stato.

È notte. Malcolm e Marie sono appena rientrati in casa dopo l’anteprima del film che, con ogni probabilità, proietterà l’uomo nell’olimpo di Hollywood. Non a caso, Malcolm è assolutamente su di giri, estremamente felice per la risposta che la platea ha riservato alla sua pellicola. Non solo, come un perfetto regista che sa di aver fatto un buon lavoro, già si erge sopra la critica, convinto che cercheranno di politicizzare quello che per lui è “solo” un film commerciale. A quanto pare, invece, specchiate sono le emozioni che stanno affliggendo Marie, chiusasi in un silenzio passivo-aggressivo dal momento in cui ha messo piede in casa e che però non riesce a trattenere dentro di sé l’elettricità del suo disagio, tanto che il compagno la noterà praticamente subito. Da lì a qualche minuto i due vivranno forse la notte peggiore del loro rapporto ma, in un certo senso, anche la più vera e la più onesta.

Questo l’incipit del nuovo film originale Netflix. Non serve dire davvero molto altro per una pellicola che fa del cuore, si chiede scusa per il gioco di parole, il suo cuore pulsante. Ogni attimo di Malcolm & Marie è un prezioso pezzo del mosaico più ampio che è la notte che i due protagonisti, i due unici protagonisti, stanno per vivere. Non che serva dirlo, ma chiaramente un film del genere non può che basarsi sui dialoghi. Verrebbe veramente da dire che le conversazioni della coppia sono la parte fondamentale della pellicola. Malcolm e Marie si accusano, si fanno male, si disprezzano, si insultano e si urlano addosso. In poche parole, litigano. Litigano come fanno tutte le coppie del mondo: la discussione diventa ben presto un gioco pericoloso a chi alza di più l’asticella della gravità delle cose dette. Eppure, potrebbe non essere questa patina di vita vera il tratto più affascinante di una sceneggiatura che dalle prime battute riesce ad accalappiare l’attenzione dello spettatore. Questo perché più delle parole, nella pellicola sono assordanti i silenzi. Quelli di Marie, ma anche quelli, più rari, di Malcolm. Ed è proprio nei momenti di silenzio che il film sembra urlare a gran voce ciò che i protagonisti vogliono dire e che, forse, non trovano la forza di riuscire a buttar fuori.

“La storia dell’amore”. Non una storia d’amore, ma la storia dell’amore. E se da un lato è vero perché viene messa in scena una situazione che tocca tutti quanti, dall’altro lato lo è perché la pellicola tratta l’amore come quello che è: il sentimento più “antico” e innato di tutti. Non c’è da meravigliarsi, allora, se Marcell Rév, DoP che già aveva collaborato con Levinson in occasione di Euphoria e Assassination Nation, decide di rendere onore all’amore e alla narrazione con un bianco e nero che pone gli eventi come fuori dal tempo: il titolo si svolge chiaramente nei giorni moderni, ma allo spettatore poco importa. Non secondario è l’effetto di rimozione di tutti i colori, dovuto proprio al bianco e nero, cosicché l’attenzione del pubblico sia posta unicamente sui due personaggi che continuano ad intrecciarsi e ad allontanarsi, in una sorta di loop tra discussioni e rappacificamenti che la macchina da presa a volte osserva da lontano e altre volte da più vicino, come a voler far capire quali sono i momenti più rilassati e quando invece la bomba sta per deflagrare e allora è più sicuro per tutti mettersi a distanza di sicurezza. Malcolm & Marie è caratterizzato da un ottimo lavoro registico che, avvalendosi anche di una location splendida, la Caterpillar House, riesce a valorizzare tramite gli spazi e i movimenti di macchina, uno spaccato di vita che altrimenti sarebbe stato ben più scolastico e didascalico. Attenzione però: niente di quello che si vede nell’ora e quaranta di film è un mero esercizio di stile. Ogni scelta fatta a livello registico ha il fine ultimo di valorizzare ciò che sta succedendo, per mettere in risalto un elemento piuttosto che un altro.

Innegabile, ovviamente, che un film come Malcolm & Marie, vista la sua natura, debba per forza reggersi sulle spalle degli unici due attori che lo interpretano. E si può dire che i due a cui è toccata questa responsabilità sono riusciti a confezionare delle interpretazioni meravigliose. John David Washington interpreta un uomo che in una manciata di minuti passa dal vivere la notte migliore della sua vita a passare il quarto d’ora più difficile e complicato di sempre. Non per questo, però, il suo Malcolm rinuncia a riportare la situazione sui binari giusti e fino all’ultimo momento cerca di strappare un sorriso alla sua compagna, per archiviare la discussione e riuscire a festeggiare il traguardo che ha raggiunto. Il momento in cui però decide di sciogliersi il nodo della cravatta è, però, la sua resa: un po’ come se il suo tuxedo fosse la sua armatura e con quello indosso potesse dirsi pronto ad affrontare tutto. I colpi che riceve però son pesanti e si fanno sentire, e ad un certo punto decide di abbandonare il suo obiettivo e accettare ciò che è successo. Washington riesce a condensare tutto questo in un uomo che cerca in tutti i modi di “salvarsi la pelle”, perché consapevole di ciò verso cui sta andando incontro: si arrabbia, piange, cerca di farsi coraggio, si sfoga, ride e dà di matto. L’attore è veramente bravo nel rendere, in maniera susseguente, tutti questi stati d’animo e il risultato è un personaggio umano che vuole qualcosa che sa già in partenza che non avrà. Discorso a parte invece merita Zendaya. Quella che ormai sembra essere la pupilla di Sam Levinson conferma, ancora una volta, semmai ce ne fosse bisogno, la sua incredibile bravura nell’interpretare personaggi fratturati: lo si è visto (in parte) in The Greatest Showman, la si è potuta ammirare in Euphoria e questo film è veramente una splendida conferma. La sua Marie è un personaggio che, sembra banale dirlo, parla anche nei momenti di silenzio. Facendo un’analogia con il discorso del tuxedo di Malcolm, l’abito che indossa la giovane donna lascia scoperte molte parti del suo corpo: a differenza del compagno, Marie non si trattiene mai dallo scoccare frecciatine, punzecchiare, imitare o accusare l’uomo che ha di fronte a sé. Un po’ come se tutto ciò venisse fuori dalle sue parti più in vista, e man mano che il film va avanti il suo abbigliamento cambia, il suo corpo è più libero e le sue emozioni vengon fuori a cascata, senza un apparente senso logico. Zendaya passa dalla risata alla lacrima, dalla rabbia alla mortificazione in un attimo e non risulta mai forzata o artefatta, anzi. Ciò che lo spettatore si trova di fronte è una giovane donna delusa e impaurita della situazione che lei stessa sta modellando, ma anche esausta di esser considerata (in maniera forse erronea, forse a ragion veduta) una “semplice” musa dall’uomo che ama e dal quale teme di essere amata solo perché vista come fonte di ispirazione. La mimica facciale dell’attrice non si scopre di certo ora, ma forse grazie al bianco e nero, in questo film vengono messe in evidenza al punto che lo spettatore non chiederà altro di scoprire quale sarà la prossima espressione della protagonista. La chimica tra i due potrebbe sembrare ai più quasi una mancanza, ma in realtà si tratta di una semplice illusione: ciò che si vede è la coppia nel suo momento più difficile e tra i due c’è un muro che non permette alla chimica di collegarli, ma nei fugaci momenti in cui i due sono sulla stessa lunghezza d’onda si possono apprezzare dei momenti di (apparente, per motivi di tessuto narrativo) tenerezza, che difficilmente non potranno strappare un sorriso al pubblico.

Appurato tutto ciò, va comunque specificato che Malcolm & Marie qualche difetto ce l’ha. Anzi, a voler essere veramente onesti, ha un solo difetto. Senza incedere in spoiler, ad un certo punto del film c’è una sorta di digressione che, è palese, ha il compito primario di allentare la tensione che si era creata un paio di scene prima. John David Washington è protagonista di un monologo quasi grottesco sull’identità e l’autenticità del cinema, che a suo dire è spesso travisato dalla critica, che cerca nei prodotti audiovisivi un messaggio che il più delle volte non c’è. L’uomo se la prende con questi tentativi di politicizzazione, perché a suo dire non basta lodare un film se non se ne è colta la vera, e semplicissima, essenza. Come detto, si vuole spezzare il climax, rilassare lo spettatore e farlo avviare poi alle battute finali della pellicola. Il risultato però è, appunto, una digressione che probabilmente si protrae più del dovuto e rischia, forse, di rendere un po’ incoerente il film. Non è possibile saperlo, ma potrebbe darsi che il pensiero di Malcolm sia in realtà quello di Levinson che, dunque, starebbe comunque cercando di far passare un messaggio tramite il suo lavoro. Non è dato sapersi, e quello potrebbe essere ciò che pensa come anche no. In linea di massima, comunque, si tratta unicamente di un appunto fatto per onestà intellettuale che, però, non va ad inficiare più di tanto la pellicola e che anzi, pone le basi per ciò che succederà subito dopo.

Malcolm & Marie è un film sull’amore? Sì. Racconta la storia dell’amore come spesso viene vissuto nei momenti critici? Sì. Che si sia innamorati o meno, corrisposti o meno, è impossibile non ritrovarsi anche in alcuni dei momenti che costellano la notte dei due protagonisti, i quali si ritrovano improvvisamente alla soglia di quello che potrebbe essere il punto di non ritorno della loro relazione: cosa succede quando ci si mette completamente a nudo e si iniziano a far notare al proprio partner le mancanze che si avvertono? Sam Levinson si affida a Zendaya e John David Washington per riuscire a dare una risposta, la sua risposta, ad un quesito che tutti quanti, almeno una volta nella vita, si son fatti. Incredibilmente, il pensiero del regista si rivela essere molto più comune di ciò che ci si poteva aspettare, e il film mette in scena uno spaccato quasi quotidiano di una qualsiasi storia d’amore, fatta di tantissimi alti ma di altrettanti bassi. “Quando hai qualcuno che ti protegge, inizi a darlo per scontato”, dice in sostanza Marie nelle battute iniziali del film. Forse è questa la più grande verità che Malcolm deve affrontare ed è su queste parole che si costruisce, de facto, la faida tra i due. La pellicola riuscirà a raccontarla nel migliore dei modi, indugiando quando necessario e accelerando il passo nei momenti in cui sarà giusto farlo. Il risultato sarà un’altalena di emozioni che non accennerà a rallentare praticamente mai, alternando momenti di amore puro ad altri di ego smisurato. E questo vale tanto per Marie quanto per Malcolm. E nel mentre altri tormenti, altri demoni, faranno capolino tra una sferzata e l’altra, rendendo il contesto sempre più pericolosamente e splendidamente veritiero. Perché ognuno degli spettatori, nella sua vita, è stato, per un motivo o per un altro, un po’ Malcolm e un po’ Marie.


Malcolm & Marie sarà disponibile su Netflix a partire da venerdì 5 febbraio. Di seguito il trailer ufficiale del film:

RASSEGNA PANORAMICA
Malcolm & Marie
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Giulio Convertino
Il mio primo film visto al cinema è stato "Dinosauri" della Disney, il mio primo libro "La fabbrica di cioccolato" e il mio primo videogioco "Tip Top - Il mistero dei libri scomparsi". Nel 2002 mi sono innamorato di Spider-Man e nel 2008 del grande schermo, grazie a "Bastardi Senza Gloria". Parlerei per ore di cinema, serie tv e fumetti. Sto aspettando la quinta stagione di "Sherlock".

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