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Neofascismo e libertà d’espressione: il caso del Salone Internazionale del Libro di Torino | Speciale

  • di Redazione
  • 15 Maggio 2019
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Salone Internazionale del Libro di Torino

Il Salone Internazionale del Libro di Torino è sempre stato un evento di rilevanza nazionale, ma mai prima d’ora un’edizione aveva sollevato un polverone come è accaduto quest’anno. Questo perché, più o meno velatamente, sono due le domande che l’opinione pubblica – o buona parte d’essa – si è posta alla luce degli avvenimenti di cui mi accingo a scrivere.

Salone Internazionale del Libro di Torino

La prima è di natura squisitamente politica: esiste un vero rischio di ritorno al fascismo in Italia? E qua potremmo pure soprassedere, perché dopotutto siamo un sito di informazione culturale pop, ma due righe vorremmo comunque spenderle: no, per me non esiste alcun rischio imminente, non in vasta scala perlomeno. Il fascismo ha serpeggiato sempre nella politica italiana del dopoguerra, basti pensare che il Movimento Sociale non ha impiegato che pochi anni per rivendicarne l’eredità nel dopoguerra. Piuttosto, v’è forse ora uno sdoganamento di tali atteggiamenti che mi fa pensare che l’unico pericolo tangibile, e che può portare ad un epilogo affatto piacevole, sia piuttosto quello di dimenticare la nostra storia, ma suppongo che su questo particolare tornerò più tardi.

La seconda domanda è la seguente: gli artisti devono essere apolitici? Qua avremmo già la risposta pronta e scodellata (d’altronde è il campo di studi di chi vi scrive, NdA) ma prima è forse meglio compiere una breve ricognizione di ciò che è effettivamente accaduto al Salone Internazionale del Libro di Torino.

La polemica si è sollevata in tutto il proprio furore quando Christian Raimo, membro del Comitato editoriale nonché giornalista, pubblica un acceso post su Facebook contro una delle case editrici partecipanti, l’Altaforte, considerata estremamente vicina a Casapound e, di conseguenza, al neofascismo. Il post è poi cancellato, Raimo decide frettolosamente di dimettersi, ma ormai è tardi: la miccia è stata accesa e l’attenzione ampiamente attirata. Cominciano a saltare le presenze di alcuni grandi autori di punta: prima il collettivo Wu Ming, famoso per le sue posizioni marxiste, poi Carlo Ginzburg, celebre storico, infine, ultimo ma per niente ultimo, Zerocalcare. Si può dire sia stato proprio il suo forfait a scatenare il putiferio anche al di fuori del mondo politico in cui era nato, per trasportarlo di forza anche in quello della cultura pop.

Salone Internazionale del Libro di Torino

A questo punto, il web si divide in due e Altaforte sente il bisogno di difendersi, ma lo fa forse con le parole peggiori che potesse trovare: “Io sono fascista. L’antifascismo è il vero male di questo Paese”, afferma ad Ansa Francesco Polacchi, l’editore. A questo punto la situazione si fa ancora più preoccupante e tesa: la direzione artistica parla poco e dice ancora meno, i partiti politici chiacchierano a dismisura, i trend su internet impazzano, ma non è chiaro cosa si voglia fare. Decisiva si rivela la posizione di Halina Birenbaum, signora di novant’anni sopravvissuta alla barbarie di Auschwitz, e che può oggi vantare una carriera da scrittrice, traduttrice e poetessa. “O noi o loro”, dice, asciutta. E Torino pare svegliarsi: Chiara Appendino, sindaco della città, e Sergio Chiamparino, presidente di regione, annunciano in diretta sul web l’esclusione di Altaforte dal Salone Internazionale del Libro di Torino per ragioni strettamente politiche.

E qua finalmente torniamo alle prime due domande che abbiamo posto ad inizio articolo, con l’aggiunta di una, che è stata molto meno velata, ma spesso brandita come scudo tra coloro che hanno visto nell’esclusione di una casa editrice neofascista un atto di censura: dove è allora la tanto sbandierata libertà di parola?

Ma andiamo con ordine, riprendendo quanto lasciato in sospeso al principio: gli artisti non dovrebbero essere apolitici? La risposta da studentessa d’arte è una sola, imprescindibile: no, soprattutto perché non potrebbero neppure volendolo. Prima di approfondire la questione, un inciso: la presa di posizione di Zerocalcare è una scelta personale che si può apprezzare o meno, ma proprio perché riguarda la sua morale non si può non comprendere. Al di là di questo inciso, l’arte è tutta politica per definizione, poiché è un messaggio pubblico: nel momento in cui un’opera viene condivisa con il mondo, essa si pone a confronto con un determinato contesto sociale, posizioni diverse, sguardi con modi di vedere eterogenei, che le daranno differenti o comuni interpretazioni, per cui anche la più apolitica delle creazioni può assumere significati nuovi, non per forza giusti o filologicamente accurati, ma che per questa ragione avrà un qualche tipo di influenza su quella società da cui era stata precedentemente a sua volta influenzata. Nel caso di Zerocalcare la questione è anche più lineare, meno accademica o cerebrale, poiché l’autore, in quanto essere umano provvisto di un pensiero personale, non aveva mai nascosto le proprie idee. Poi, è vero che il principio secondo cui tutta l’arte è propaganda lo ha in primis espresso Marx, ma ciò non significa che sia sbagliato o particolarmente di sinistra, come assunto. Si può dire anzi che sia una delle affermazioni più apartitiche del celebre filosofo.

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E la libertà di parola? È buffo che vi siano persone che si battono per la libertà di parola di Altaforte, ma non per quella del fumettista. Che di per sé hanno l’esatto medesimo valore, chiariamoci, ma con una differenza non irrilevante: quando Altaforte dice che “l’antifascismo è il male d’Italia” non sta esprimendo un’opinione innocua. Sta dimenticando in tronco la prima metà del nostro ventesimo secolo, con i suoi atti di violenza, la sua guerra, le sue deportazioni. L’apologia al fascismo è reato in Italia e non a caso: chi si è occupato del nostro paese quando altro non era che una neonata repubblica, conosceva i rischi di un regime. Un regime picchia, uccide, zittisce. L’ultima in questo caso è particolarmente importante: come si può dire che inneggiare al fascismo sia semplice libertà di parola, quando questa stessa dottrina censurava il pensiero o lo strumentalizzava a proprio favore? Non è questione di pensiero unico di sinistra: qualsiasi persona di destra o di centro dotata di raziocinio dovrebbe disprezzare il fascismo, come ogni dittatura che ha in passato violato le libertà personali. Un modo per dire che se un artista simpatizzante di sinistra affermasse che Stalin e Pol Pot tutto sommato erano dei tipi a posto, avrebbe comunque tutta la mia perplessità e il mio sdegno in risposta.

Questo per dire, in conclusione, che il Salone Internazionale del Libro di Torino è un appuntamento importante sotto più punti di vista. Non solo perché vi si recano migliaia di persone, ma anche perché queste ultime, tra uno scaffale e l’altro, una presentazione e l’altra, si attendono qualcosa di più. Si aspettano di trovarsi in un luogo di passione, condivisione, insegnamento. E, al di là del libro presentato, che ben poco aveva a che fare con il fascismo, che insegnamento può dare una casa editrice che crede in una dottrina in cui passione, condivisione e insegnamento devono essere sistematicamente soppressi?

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