Ogni volta che esce un nuovo film di Woody Allen è una festa: anno dopo anno il maestro della commedia ci ha accompagnati, facendoci conoscere nuove storie e nuovi personaggi. Soprattutto questi ultimi, si rivelano essere sempre molto intriganti e con qualcosa di interessante da raccontare allo spettatore. Il suo ultimo lavoro, Rifkin’s Festival, sarebbe dovuto uscire nei cinema italiani il 5 novembre scorso, ma la pandemia ha ovviamente messo i bastoni tra le ruote a questo programma. Invece di optare per un’uscita in streaming sulle già note piattaforme digitali, come successo per altri titoli negli ultimi mesi, Vision Distribution ha, a nostro parere giustamente, deciso di tener fede all’impegno di release cinematografica e, dopo mesi e mesi di chiusura e di attesa, finalmente è giunto il momento: Rifkin’s Festival, l’ultimo film di Woody Allen, è da oggi disponibile al cinema.
La pellicola si concentra su un segmento di vita di Mort Rifkin (Wallace Shawn), un ex professore e un fanatico di cinema sposato con Sue (Gina Gershon), addetta stampa anche lei impegnata nel mondo del cinema. I due partiranno alla volta della Spagna, per partecipare al Festival del cinema di San Sebastián. La già ballerina stabilità della coppia sarà ulteriormente turbata dal sospetto di Mort che il rapporto di Sue con il giovane regista suo cliente, Philippe (Louis Garrel), oltrepassi la sfera professionale. Il viaggio è però per Mort anche un’occasione per superare il blocco che gli impedisce di scrivere il suo primo romanzo e per riflettere profondamente sul proprio passato. Osservando la sua vita attraverso il prisma dei grandi capolavori cinematografici a cui è legato, Mort capirà diverse cose a cui, in precedenza, non aveva dato peso.
Quello che ad oggi potrebbe esser considerato l’ultimo lavoro di Woody Allen, visto che diversi mesi fa il regista ha spiegato di non sentirsi più attratto dalla cabina di regia (ma resta da vedere se sarà effettivamente così), è un bellissimo trattato visivo sul cinema e sul modo di realizzarlo, ma anche sul modo in cui un film può esser recepito.
Va subito detto che, effettivamente, la trama di questo Rifkin’s Festival sicuramente non spicca per originalità. Questo perché Allen, nella sua lunga carriera, ha già trattato in più occasioni temi amorosi e senz’ombra di dubbio con risultati di gran lunga superiori a quelli raggiunti in questo film. La cosa che in realtà contraddistingue questo suo lavoro dal resto della sua filmografia, e che riesce a far spiccare questa pellicola come un gioiello imprescindibile nella sua vetrina di produzioni, sta nel fatto che la storia venga portata avanti su una sorta di doppio binario: da un lato c’è il presente, con gli eventi che si svolgono appunto durante il Festival, ma dall’altro c’è anche il passato, messo in scena attraverso una serie di sogni, o forse sarebbe meglio dire incubi, del protagonista, che riprendono pedissequamente alcune tra le scene più famose dei più grandi capolavori della storia del cinema. Queste scene non vengono riproposte però pedissequamente, ma vengono reinterpretate in qualche modo, per diventare funzionali alla struttura di Rifkin’s Festival. Tra i film omaggiati, perché di omaggi si tratta, possiamo assistere a geniali rappresentazioni di Jules & Jim, Persona, L’Angelo Sterminatore, 8½, Il Settimo Sigillo, Quarto Potere, Fino all’ultimo respiro e Il posto delle fragole. Questa dinamica rende il film sicuramente l’opera del regista che più parla della settima arte assieme a Hollywood Ending del 2002. Nota un po’ dolente della pellicola potrebbe essere il finale. Se è vero che arrivato a quel punto, il plot non aveva più nulla da raccontare, probabilmente si sarebbero potuti distendere leggermente i tempi delle ultime scene, in modo da non dare l’impressione che abbiamo avuto noi in sala, ossia quella di una troncatura improvvisa.
Wallace Shawn, attore che con Woody Allen vanta un buon numero di collaborazioni, avendo lavorato con il regista già in occasione di Manhattan, Radio Days, Ombre e nebbia, La maledizione dello scorpione di Giada e Melinda e Melinda, torna a lavorare per la settima volta con l’amico, che per lui scrive un personaggio profondamente alleniano, veramente fino al midollo. Non sarà cosa strana rendersi conto, durante la visione, che Mort sarebbe potuto esser stato interpretato benissimo anche dallo stesso regista. Probabilmente la questione della stanchezza di cui si parlava sopra ha portato Woody Allen a rinunciare a questo scenario. Shawn è comunque sempre bravo a reggere gran parte del film grazie alla rappresentazione dei modi di fare del suo personaggio, burbero e spigoloso in alcuni momenti, ingenuo in altri, ma soprattutto estremamente consapevole di ciò che è e non è in un momento particolare del film. Tra i comprimari, che non hanno moltissimo spazio ma riescono comunque riescono a lasciare il segno sulla pellicola, troviamo un Louis Garrel in forma smagliante e molto calato nella parte del giovane regista promessa del cinema (se per effettiva bravura o per il risalto mediatico non si sa, il film gioca proprio su questo), la bellissima e bravissima Gina Gershon e Elena Anaya in un personaggio che, seppur fondamentale alla storia, risulta un po’ piatto e al quale dello screentime leggermente più alto avrebbe sicuramente fatto del bene, perché gli spunti erano interessanti, ma l’impressione è che Woody Allen abbia scelto di utilizzarli più per generare stupore nello spettatore, piuttosto che della vera e propria attenzione per la donna. Menzione d’onore per Christoph Waltz, presente con un cameo veramente incredibile.
Allen in questi ultimi vent’anni ha esaminato lo spirito di numerose città e, dopo 14 anni da Vicky Cristina Barcelona, torna in Spagna, precisamente a San Sebastián, dove ambienta tutto il film, nuovamente fotografato magnificamente dalla quarta collaborazione del maestro Vittorio Storaro. Gli ambienti della città spagnola, con la sua natura e il suo lato marittimo, vengono omaggiati alla grande, rendendo assolutamente giustizia alla bellezza di San Sebastián.
Oltre a risultare un film molto fresco, anche per quel che riguarda la visione del cinema, Rifkin’s Festival è anche un titolo sul tema della vecchiaia, affrontato per la prima volta dopo anni da Woody Allen, precisamente da Basta che Funzioni del 2009: il protagonista non è un giovane uomo oppure un adulto attraente, ma un signore anziano che tenta di tutto per risultare attraente agli occhi delle persone verso cui lui in primis prova interesse. Mort cerca di andare anche oltre l’aspetto fisico, puntando sulla sua cultura, ma anche questo è un aspetto sul quale scoprirà di aver, forse, puntato in maniera sbagliata. A bilanciare il personaggio del protagonista, c’è proprio Philippe, giovane ragazzo di bell’aspetto e in piena ascesa anche nel mondo del cinema, nonostante una cultura decisamente meno approfondita di Mort, con buona pace proprio di quest’ultimo.
Per concludere, si può certamente dire che Rifkin’s Festival sia un lavoro perlopiù riuscito, che porta nuovamente in sala (per fortuna, l’attesa ne varrà la pena) uno degli autori più grandi e importanti della nostra epoca. Il risultato è un enorme omaggio al cinema e a tutto ciò che rappresenta. Un omaggio fatto da Woody Allen in persona e di cui, francamente, se ne sentiva fortemente e veramente il bisogno, soprattutto in relazione al periodo storico che il cinema, e tutto il mondo, stanno vivendo. Tempismo perfetto.
Rifkin’s Festival è disponibile da oggi 6 maggio al cinema. Di seguito, il trailer ufficiale del film:















