Shelby Oaks – Il covo del male arriva nei cinema italiani grazie a Midnight Factory a partire dal 19 novembre, con grande attesa tra gli appassionati di horror sovrannaturale. Al suo debutto come regista, Chris Stuckmann tenta di combinare elementi di found footage, dramma psicologico e metafore del trauma infantile, ma il risultato rimane purtroppo a metà strada. Nonostante le buone intenzioni, il film fatica a mantenere la tensione e a distinguersi in un panorama horror già saturo. Abbiamo visto il film in anteprima e di seguito vi riportiamo il nostro parere.
Mia (Camille Sullivan) è tormentata dalla scomparsa di sua sorella Riley, un tempo membro di un popolare canale YouTube dedicato al paranormale, chiamato “Paranormal Paranoids”. Anni dopo la sparizione di Riley, Mia riceve un’inquietante visita che la spinge a scoprire da sola cosa successo alla sorella. Inizia così un’indagine che mescola ricordi d’infanzia, traumi rimossi e presenze oscure, mettendo in discussione il confine tra la realtà e il sovrannaturale.
Chris Stuckmann è una figura già nota nel panorama dell’intrattenimento, specialmente on line. Per oltre un decennio è stato uno dei più influenti youtuber americani dedicati alla critica cinematografica, pubblicando analisi, recensioni e approfondimenti. Shelby Oaks rappresenta il suo debutto dietro la macchina da presa, un salto ambizioso sostenuto da una campagna Kickstarter diventata rapidamente virale. Guardare il film con curiosità è quindi inevitabile, cercando il punto di contatto tra l’occhio critico del recensore e la mano ancora inesperta del regista emergente. Ed è proprio in questo passaggio che Stuckmann sembra incontrare le maggiori difficoltà: molte intuizioni interessanti rimangono sulla carta, mentre il risultato finale appare incerto nella forma.
Il film si apre con un’impostazione che richiama apertamente il found footage, quasi un omaggio dichiarato a quel filone inaugurato da The Blair Witch Project. L’uso della videocamera a mano, le testimonianze registrate, la sensazione di reportage investigativo: tutte scelte stilistiche che sembrano voler affondare le radici proprio nel linguaggio di quei primi esperimenti che hanno definito un’epoca dell’horror contemporaneo. Peccato che Stuckmann abbandoni quasi subito questa strada. Dopo i primi minuti, Shelby Oaks vira verso una messa in scena più convenzionale. Le premesse narrative – la scomparsa misteriosa di youtuber del paranormale, i filmati d’archivio, le indagini ricostruite a posteriori – avrebbero funzionato alla perfezione proprio attraverso il linguaggio del found footage, capace di amplificare tensione, immedesimazione e ambiguità. Il passaggio al formato canonico non solo spezza l’atmosfera iniziale, ma annulla gran parte del potenziale.
Shelby Oaks si propone anche come un tributo a quell’ampia tradizione di horror che trovano spazio nella famiglia. Stuckmann prova a intrecciare nel racconto temi legati alla femminilità, al trauma e soprattutto alla maternità, suggerendo più volte che il vero cuore del film non sia la creatura nell’ombra, ma il legame spezzato tra due sorelle e le ferite emotive che la scomparsa di Riley ha lasciato nella protagonista. Sulla carta, queste sono premesse assolutamente interessanti: l’horror familiare, quando ben gestito, permette di unire allegoria, pathos e tensione, offrendo terreno per esplorare la vulnerabilità dei personaggi. Tuttavia, Shelby Oaks sembra voler abbracciare troppe linee tematiche contemporaneamente, senza decidere quale sia davvero centrale. Il risultato è un calderone di tematiche che si accavallano senza trovare una vera direzione. Stuckmann sembra voler parlare di tutto: del rapporto tra sorelle, dei sensi di colpa, del ruolo delle figure femminili nella dinamica del terrore, del peso dei ricordi, ma nessuno di questi elementi riceve lo sviluppo necessario. Il film resta così intrappolato in un’ambizione che non trova una reale corrispondenza nella scrittura.
Pur non essendo un film sostenuto da un budget elevato, la pellicola dimostra una cura visiva degna di nota, forse l’aspetto più riuscito dell’intero progetto. Al di là dell’incipit in found footage, la messa in scena si distingue per un uso sapiente degli spazi e delle fonti luminose. Gran parte della pellicola si svolge al buio, e proprio in questo Stuckmann trova una cifra stilistica precisa: il contrasto tra ombre e brevi tagli di luce funziona, amplificando la sensazione di claustrofobia e rendendo gli ambienti un vero personaggio del film. Anche gli effetti speciali, pur non essendo di altissimo livello, riescono a conferire una certa identità autoriale al progetto. La creatura e le manifestazioni soprannaturali non puntano sul realismo estremo, ma su un’estetica quasi artigianale che richiama per un certo verso l’horror indipendente degli anni Duemila. Dal punto di vista della tensione, Shelby Oaks parte bene: la suspense cresce progressivamente. Tuttavia, una volta che lo spettatore intuisce la direzione narrativa del film, arriva un momento di rottura. È come se l’incantesimo si spezzasse: ciò che fino a quel punto era mistero si trasforma in previsione.
Shelby Oaks – Il covo del male è un esordio che dimostra ambizione e idee interessanti, ma che fatica a trovare una direzione precisa. Chris Stuckmann mette in campo tematiche complesse senza però approfondirle davvero. La messa in scena, soprattutto l’uso della luce e degli spazi oscuri, è senz’altro l’aspetto più solido del film, così come una costruzione della suspense che inizia con buone intenzioni. Tuttavia, il potenziale narrativo rimane inespresso. Un’opera prima promettente ma irregolare, che merita attenzione per le sue intuizioni visive ma che non riesce a valorizzare appieno gli spunti più interessanti della sua storia.
Shelby Oaks: Il covo del male arriva al cinema con Midnight Factory a partire dal 19 novembre. Ecco il trailer del film:














