Dopo il brusco stop che ha avuto il progetto di Sam Raimi, che intendeva realizzare Spider-Man 4 e per il quale sembra fosse stato già contattato John Malkovich per il ruolo di Adrian Toomes, dunque l’Avvoltoio, il destino di Spider-Man al cinema sembrava abbastanza incerto. Già per Spider-Man 3 ci furono alcune divergenze creative tra regista e produzione, che furono però appianate per portare a termine la pellicola. Per l’ipotetico quarto capitolo, però, non si riuscì a trovare un accorto e le strade di Sony, Sam Raimi e cast presero tutte strade diverse. La reazione dei fan all’abbandono del progetto non fu chiaramente positiva, perché ormai Tobey Maguire era entrato nel cuore degli spettatori e l’idea di ritrovarsi in futuro con un nuovo Spider-Man o, addirittura, non vedere più il personaggio sul grande schermo era qualcosa che non aveva minimamente sfiorato la loro mente.

Nel 2010, però, a poca distanza dalla cancellazione del precedente progetto, Sony inizia a lavorare al reboot del personaggio: un riavvio cinematografico che vuole raccontato una nuova versione di Spider-Man, in maniera assolutamente simile a quanto successo nei fumetti quando nacque l’Universo Ultimate e il conseguente Ultimate Spider-Man. Nonostante l’ispirazione fumettistica più innovativa, il nuovo film ha un titolo decisamente più classico: The Amazing Spider-Man. In cabina di regia c’è Marc Webb e il cast è decisamente più giovane e formato da attori che di lì a qualche anno sarebbero diventati delle vere e proprie star. Il ruolo di Peter Parker viene affidato ad Andrew Garfield, mentre la protagonista femminile ha il volto di Emma Stone, che interpreta Gwen Stacy, con il progetto che mette da parte (circa) Mary Jane Watson.

Il primo capitolo della saga arriva al cinema nel 2012, in un contesto totalmente differente rispetto a quello in cui iniziò la trilogia diretta da Raimi. Questo perché il film esce quando il genere del cinefumetto ha già conquistato il mondo cinematografico e, anzi, pochi mesi prima è piombato in sala un film che ha fatto la storia del genere: The Avengers. Il Marvel Cinematic Universe inizia ad essere pian piano quello che è ora nel 2021 e The Amazing Spider-Man è una mosca bianca, perché racconta di un supereroe che agisce in un contesto in cui lui è l’unico personaggio dotato di poteri straordinari. La gente, però, inizia a fantasticare e a chiedere a gran voce che “Spider-Man arrivi nei film degli Avengers”. Dopo l’uscita del secondo capitolo, come si sa, il progetto Amazing è naufragato e si è arrivati all’accordo tra Sony Pictures e Marvel Studios per l’inserimento del personaggio nell’MCU.

E visto che Spider-Man: No Way Home è ormai alle porte, e visto il possibile ritorno anche di Andrew Garfield, arriva il secondo capitolo della rubrica #RoadToNoWayHome: dopo Tobey Maguire, è il momento di analizzare anche il percorso cinematografico di questo nuovo Spider-Man e dei due film di Marc Webb, che per motivi sicuramente diversi rispetto ai precedenti, hanno in qualche trovato posto nel cuore dei fan.

DIETRO LA RAGNATELA

La coppia di film diretti da Marc Webb vanno a costituire un progetto che è stato al tempo stesso molto apprezzato ma anche estremamente criticato, sia dai media che dai fan. Sicuramente nel giudizio finale sul franchise ha influito l’aver visto delle idee realizzate sostanzialmente a metà perché per la prima volta nella storia cinematografica del personaggio, i film puntava in maniera diretta in una specifica direzione, quella dei Sinistri Sei. In un certo senso, probabilmente, Webb avrebbe introdotto anche elementi provenienti dalla Saga del Clone, perlopiù quella Ultimate, per continuare il paragone con i fumetti, ma nel finale di The Amazing Spider-Man 2 si fa riferimento diretto al gruppo di villain.

spider-man marc webbL’intelligenza del regista, comunque, è stata quella di dare una nuova chiave di lettura al personaggio e, in linea più generale, quella di trovare una nuova struttura per i film. Se da un lato, quello della sceneggiatura, erano state coinvolte persone che avevano già lavorato ai film di Raimi, come James Vanderbilt e Alvin Sargent, dal lato concettuale si vede molto la mano di Marc Webb, regista che aveva da poco messo a referto lo stupendo (500) Giorni Insieme, commedia romantica diventata in pochissimo tempo un cult e questo suo background si vede tutto nel primo The Amazing Spider-Man e anche nel secondo, che culmina poi con la drammaticità del finale che va proprio a spezzare il lato romantico della pellicola. In questa saga, infatti, il rapporto tra Peter Parker e Gwen Stacy è centrale se non addirittura fondante, mentre il rapporto tra Pete e Mary Jane nei film di Raimi era sì importante ma non il centro di tutto. E c’è da dire che la storia tra i personaggi di Andrew Garfield ed Emma Stone funziona assolutamente e al netto di alcuni momenti forse troppo “zuccherosi” il rapporto viene approfondito in maniera intelligente e studiata e ne guadagna la caratterizzazione dei personaggi.

Interessante, inoltre, la scelta generale di approfondire la figura di Peter Parker, senza mai andare a lavorare sul carattere psicologico del personaggio quando indossa la maschera, a significare che sotto il costume c’è il ragazzo del Queens e quindi è con lui che si ha a che fare, in maniera un po’ differente rispetto a quanto visto nei precedenti film. Webb, infine, aveva deciso anche di porre un certo accento sulla storia dei genitori di Peter, personaggi mai lontanamente sfiorati nei film del Raimi-Verse e nemmeno in quelli già usciti del Marvel Cinematic Universe: scelta molto interessante anche perché nell’arco dei due film vengono aggiunti lentamente tasselli più o meno importanti e chissà cosa avrebbe raccontato il puzzle completo. L’improvviso, ennesimo, stop nella vita cinematografica di Spider-Man ha poi fatto fermare la saga: il secondo capitolo fu decisamente meno apprezzato del primo, anche perché si basava su una sceneggiatura debole e metteva troppa carne al fuoco, tra Electro, il Goblin di Harry Osborn, i Sinistri Sei e l’arco narrativo del padre di Peter, come poi testimoniano anche le scene tagliate disponibili su YouTube. A suggellare il tutto, il licenziamento improvviso di Andrew Garfield, che in pubblico aveva spiegato di non aver apprezzato lui stesso il lavoro portato avanti da Sony e dalla produzione per il secondo capitolo. La situazione poi è sfociata nell’accordo per portare Spider-Man nel Marvel Cinematic Universe e sono stati tutti contenti, ma rimarrà sempre il rammarico del non scoprire mai quali erano i risvolti narrativi del tanto materiale buttato su schermo in quel The Amazing Spider-Man 2.

L’EROE

Per la parte di Peter Parker il nuovo prescelto è stato praticamente da subito Andrew Garfield. L’attore veniva da un paio di esperienze che lo avevano appena fatto conoscere al grande pubblico e la scelta si è rivelata corretta perché ha confermato la linea del volersi distanziare dalle gesta di Tobey Maguire, sotto tutti i punti vista. A cominciare da quello fisico: si è davanti ad uno Spider-Man decisamente meno muscoloso, più esile e slanciato ma che nelle scene d’azione si dimostra molto più agile e acrobatico del precedente. Anche in questo caso, l’ispirazione da Ultimate Spider-Man è palese: il Peter Parker ri-narrato da Brian Michael Bendis e Mark Bagley è decisamente diverso anche dal punto di vista fisico rispetto a quello di Terra-616 e lo si nota soprattutto nei disegni. Allo stesso modo, il Peter Parker di Andrew Garfield perde quell’aura da “sfigato” che voleva dare Raimi, per riceverne una da outsider: un personaggio semplicemente più chiuso e che a causa del suo vissuto, e qui diventa fondamentale la narrazione sui genitori che i due film portano avanti, è più ai margini del contesto sociale che vivono i suoi coetanei. Allo stesso modo, Spider-Man è più un eroe della notte nel primo capitolo, diventando sostanzialmente un vigilante. Si tratta sicuramente di una visione originale del personale, sicuramente più dark, che rispecchia però la tendenza di quel periodo nei cinecomic.

Tutto questo, purtroppo, viene meno nel secondo film, in cui Spider-Man ha ormai acquisito lo status di supereroe idolo delle masse e si perde quella lettura quasi da personaggio tormentato, che faceva quel che faceva perché, come spiegato da questo zio Ben, se si può far del bene si ha l’obbligo morale di farlo. The Amazing Spider-Man 2 è sicuramente un film più spigliato e leggero rispetto al primo, e infatti il risultato è solo l’ennesimo film di genere che non aggiunge nulla di veramente nuovo al personaggio. La conclusione è anche molto interessante, visto che viene portata su schermo la celebre morte di Gwen Stacy, ma un episodio così cruciale per il concetto di senso di colpa che prova costantemente Spider-Man nei fumetti viene rimodellato in una scena che sembra semplicemente comunicare che Peter questa volta non è riuscito a salvare la propria amata, andando a modificare pesantemente l’episodio. La sequenza è sicuramente emozionante, ma comunque diversa.

Parlando del costume, invece, c’è un grosso e bel cambiamento: forse per la prima volta in un film di supereroi, si ha l’impressione di essere davanti ad un costume realistico. Come spiegato nello stesso film, l’ispirazione è quella delle tute olimpioniche degli atleti che praticano la disciplina dello slittino. Il costume, o per meglio dire, la calzamaglia dà l’impressione di essere qualcosa di effettivamente comodo e di non così attillato, tant’è che è possibile anche notare delle pieghe a seconda dei movimenti. Il costume del secondo film, in particolare, è probabilmente quello più amato di tutte le incarnazioni, perché tra le tonalità del rosso e del blu e, soprattutto, gli occhi che richiamano assolutamente quelli della maschera dei fumetti Ultimate, ha conquistato il cuore dei fan. Marc Webb, inoltre, introduce per la prima volta i classici spararagnatele di Peter, accantonando l’idea delle tele organiche di Raimi, e connotando in maniera ancor più marcata Peter come una persona estremamente intelligente. Menzione d’onore anche per le scene in cui Spider-Man oscilla, che sono realizzate con una cura nei dettagli senza precedenti e sono anche queste probabilmente tra le più belle della storia cinematografica (live-action) del personaggio.

LE NEMESI

Grande punto debole di questa saga sono stati i villain. Se da un lato c’è da apprezzare il coraggio di non inserire antagonisti già utilizzati da Raimi (cosa che per assurdo torna incredibilmente comoda per quello che è No Way Home), dall’altro c’è da dire che nessun cattivo è stato generalmente apprezzato da critica e pubblico. Nel primo film Spidey si deve confrontare contro Lizard, ossia Curtis Connors. Lo sviluppo umano del professore era stato anche portato bene avanti e anche il collegamento con i genitori di Parker era stato impiantato bene, ma il modo in cui diventa Lizard e le sue azioni da supercattivo sono decisamente fuori dal personaggio nonché banali, il ché ha portato ad un anticlimax sul personaggio. Anche a livello estetico, Lizard è stato ampiamente criticato soprattutto per il suo volto: la scelta della produzione era quella di un volto sì da rettile, ma che potesse lasciar trasparire emozioni umani. Il risultato è stato senza dubbio mediocre, e non ha entusiasmato praticamente nessuno. L’interpretazione di Rhys Ifans è anche buona, ma il personaggio perde molto a causa della scrittura.

In The Amazing Spider-Man 2 si rincorre nello stesso errore di Spider-Man 3, e vengono introdotti troppi nuovi villain. Si parte con Rhino, che apre e chiude il film. Personaggio di poco conto, interpretato da un Paul Giamatti eccessivamente sopra le righe e che forse sarebbe tornato nel futuro della saga ma che, in questo film, è pressoché inutile. C’è poi il villain principale, Electro. All’annuncio del cast di Jamie Foxx in molti erano contentissimi di vedere un attore così talentuoso, ma anche qui le cose sono andate male: Electro ha una pessima caratterizzazione e il pubblico ha storto il naso. In più, l’attore ha caricato eccessivamente la sua performance, facendola risultare molto macchiettistica. Inoltre, lo screentime del personaggio è veramente risicato, nonostante dovrebbe essere il villain principale della pellicola. Discutibile anche la scelta di prendere un attore bravo come Jamie Foxx per poi coprirlo totalmente di una CGI che, per altro, allontana tantissimo le sembianze di Electro dalla sua controparte fumettistica, classica o Ultimate che sia.

L’altro villain di questa pellicola, che probabilmente è il punto più basso di questa coppia di film, è Goblin. Introdotto appena nell’ultima parte del terzo atto, questo Goblin è in realtà l’Harry Osborn di Dane DeHaan, ma è anche il primo vero Goblin di questo universo, archiviando dunque un personaggio fondamentale come quello di Norman Osborn. Non c’è alcuna caratterizzazione e viene introdotto unicamente per poi farlo tornare nel futuro della saga. Futuro che non c’è stato e che quindi il personaggio è legato unicamente all’immaginario del pubblico, che ricorda un Goblin scritto male, brutto da vedere e che è stato inserito unicamente per portare alla morte di Gwen Stacy.

L’AMATA

Gwen Stacy che, come detto, è in questi film la figura di spicco femminile e amore di questo Peter Parker. Anche in questo caso, l’attrice della protagonista, Emma Stone, era già più famosa dell’attore che avrebbe interpretato Spidey. Gwen è una studentessa modello e rispetto a Mary Jane ha qui una connotazione più di donna forte, meno bisognosa di esser salvata e che anzi, agisce praticamente da spalla dell’eroe, conoscendo praticamente da subito l’identità segreta di Peter. Il suo personaggio riesce ad essere, nei suoi comportamenti, molto umano e la Stone le conferisce una vera e propria lucentezza che anche nelle sbavature rende Gwen decisamente convincente. Non ci sono scene cult come il bacio tra Tobey Maguire e Kirsten Dunst, ma la loro storia d’amore e sicuramente la cosa più bella di queste due pellicole.

Ciò che riguarda Gwen ed è iconico è definitivamente la scena della sua morte nel finale del secondo film: come detto prima, la scena è molto diversa da quella presente nei fumetti, ma la messa in scena è semplicemente emozionante. La ragnatela che si stende e forma una mano che cerca di afferrare e salvare Gwen può non esser piaciuta a molti, ma tutti quelli che saranno riusciti a farsi coinvolgere magari alla prima visione sicuramente saranno rimasti emozionati in quella sequenza.

Non presente, invece, Mary Jane Watson. Più o meno. Perché nel secondo film il personaggio era previsto ed era stata scelta anche l’attrice, ossia Shailene Woodley, che aveva anche girato le sue scene. A quanto pare, i piani prevedevano di introdurre il personaggio nel secondo capitolo per farlo diventare poi il nuovo interesse amoroso di Peter nei film successivi. La scelta di tagliare MJ è stata poi dello stesso Marc Webb, che percepiva la ragazza come un elemento di disturbo, mentre il regista voleva che tutta l’attenzione del pubblico fosse su Peter e Gwen. Probabilmente la Woodley sarebbe tornata nel futuro della saga, ma anche qui, non sarà mai dato saperlo.

L’Era di Andrew Garfield è stata breve, ma la saga di The Amazing Spider-Man, anche se per poche cose, è comunque rimasta nel cuore dei fan, soprattutto per il Peter Parker, più che per lo Spidey, portato in scena. Anche se con diversi problemi, soprattutto nel secondo capitolo, le pellicole di Marc Webb sono godibili. Sicuramente diverse rispetto al passato, hanno avuto il merito di portare al cinema uno Spider-Man più moderno sotto ogni punto di vista e che ha fatto, sostanzialmente, da apripista all’Uomo Ragno del Marvel Cinematic Universe. Lo Spider-Man di Andrew Garfield, proprio come i suoi film, è un personaggio a metà tra Universo Classico e Universo Ultimate ed era sicuramente quello che ci voleva per distanziarsi dall’incarnazione precedente: non a caso, nonostante i difetti, anche questo Tessiragnatele viene ricordato perlopiù per gli elementi positivi.

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