Accompagnato dal regista Gabriel Range e dall’attore protagonista Johnny Flynn arriva alla Festa del Cinema di Roma, Stardust un “biopic” particolare sui primi anni di attività del Duca Bianco, David Bowie alle prese con il suo primo quasi tour in America e la nascita di uno dei suoi più famosi alter ego Ziggy Stardust.

Dopo il successo mondiale di Space Oddity, il giovane David Bowie (Johnny Flynn) deve fare i conti con la critica mondiale che non sembra assolutamente apprezzare il suo nuovo album The Man Who Sold The World, ritenuto troppo oscuro e provocatorio. Il suo produttore discografico decide così di organizzare un tour in America per cercare di promuovere quello che sembra essere un enorme fallimento. Arrivato oltreoceano e fatta la conoscenza di Ron Oberman (Marc Maron) per David inizia un viaggio alla scoperta di sé stesso e alla riscoperta del suo passato travagliato che segneranno per sempre la carriera dell’artista.

Un film nato decisamente sotto una cattiva stella Stardust, perdonate il gioco di parole. Dai problemi di distribuzione legati alla pandemia da COVID-19 ai problemi di produzione legati al completo distaccamento della famiglia di Bowie dal progetto, la pellicola non sembra, e non vuole, brillare come polvere di stelle. Presentato per pochi eletti al Tribeca Film Festival in versione online è stato visionato per la prima volta dal pubblico proprio alla Festa del Cinema di Roma riscuotendo pareri piuttosto negativi da pubblico e critica, soprattutto dagli amanti dell’immenso Bowie. “Un film che non sarebbe mai dovuto esistere” è questo lo slogan con il quale purtroppo si presenta agli occhi di tutti: Letterboxd, Twitter sono pieni di commenti e thread che cercano di boicottare il film che stando ai voleri della famiglia Bowie e di David stesso non sarebbe mai dovuto esistere. Altri registi come Boyle e Haynes avevano provato a portare su schermo la vita del Duca Bianco senza però mai riuscire a realizzarlo e forse è stato meglio così.

Stardust ha incontrato anche il parere assolutamente negativo del figlio di Bowie, il regista Duncan Jones (Moon) che ha imposto il divieto assoluto a Range di utilizzare le musiche originali del padre come colonna sonora del film, non ritendendo all’altezza il regista come autore di un film sulla storia di Bowie. Nel film sono quindi presenti alcuni, pochissimi, momenti musicali in cui lo steso Flynn si esibisce in performance canore di cover di altre canzoni, stratagemma davvero di basso livello per ovviare ad un problema più grande, che però scade a tratti nel cattivo gusto.

Stardust ha la pretesa di presentarsi come un film autoriale e indipendente, tipico da festival e che sembra voler prendere le distanze dai grandi successi mainstream come Rocketman e Bohemian Rhapsody per prediligere una regia dai toni seriosi e impostati. Peccato che però alla fine dei conti il tutto risulta lento, piatto ai limiti del noioso e confusionario. Al termine della pellicola, quando viene presentata la nascita di Ziggy Stardust, ci si chiede effettivamente come si sia giunti a quel punto, cosa è effettivamente nato a cambiato e nella mente di David? La stessa narrazione si svolge su due piani temporali differenti: il primo, il presente, in cui Bowie viaggia insieme a Oberman in America cercando il disperato successo, il secondo, il passato, il cui un più giovane David deve affrontare la malattia mentale del fratello, periodo e fonte d’ispirazione proprio dell’album The Man Who Sold The World che sembra essere tanto odiato.

All’interno di Stardust però c’è qualcosa di apprezzabile. Le atmosfere degli anni ’70, i costumi e le ambientazioni sono perfettamente ricreate, la fotografia quasi sui toni del seppia è davvero convincente soprattutto nelle scene in interna. Maron e Flynn sono un duo abbastanza affiatato, che termina però per trasformarsi nella macchietta dei personaggi che stanno interpretando. A mancare sono decisamente tutti quei momenti canori e performativi che invece avrebbero dato un tono decisamente più dinamico all’intera pellicola come successo in Rocketman o Bohemian Rhapsody o anche in Judy, biopic su Judy Garland del 2019 con la vincitrice dell’Oscar Renée Zellweger, dove la sua performance finale di Somewhere Over The Rainbow vale l’intera visione del film.

In sintesi, Stardust è decisamente un film che davvero in pochi ricorderanno, un biopic su David Bowie ma senza David Bowie così come il suo pubblico lo conosce e lo ama. Non sono sufficienti il contorno e l’estetica a risollevare le sorti di un film che non sarebbe mai dovuto esistere proprio per volere della stessa famiglia del Duca Bianco che fino all’ultimo si è opposta al progetto. Range porta in scena una storia sconnessa, lenta, noiosa dove la bravura dei due protagonisti è messa in secondo piano da una narrazione a singhiozzo e confusionaria. Un film che sta già facendo discutere molto, e non in positivo, che probabilmente potrà essere facilmente dimenticato o ricordato come uno dei peggiori biopic dell’ultimo periodo.


Stardust è diretto da Gabriel Range con protagonisti Johnny Flynn e Marc Maron. Di seguito una clip ufficiale del film presentato alla Festa del Cinema di Roma:

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