Arriva nelle sale italiane il 18 settembre The Life of Chuck, il nuovo adattamento da un racconto di Stephen King firmato da Mike Flanagan, regista che negli ultimi anni si è affermato come interprete tra i più privilegiati dell’immaginario kinghiano. Dopo Il gioco di Gerald e Doctor Sleep, Flanagan torna ancora una volta al mondo dello scrittore, questa volta affrontando uno dei racconti più insoliti della raccolta Se scorre il sangue. Non un horror tradizionale, non una ghost story o un thriller sovrannaturale, ma un piccolo esperimento letterario trasformato in un film sorprendentemente emotivo. Al centro della storia: Tom Hiddleston, affiancato da Mark Hamill, Karen Gillan, Chiwetel Ejiofor, Benjamin Pajak e con la voce narrante di Nick Offerman. Presentato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival, dove ha conquistato il People’s Choice Award, il film approda finalmente nelle sale italiane. Di seguito vi riportiamo il nostro parere.

The Life of Chuck si concentra sull’esistenza di Charles “Chuck” Krantz, un uomo qualunque che, attraverso la lente della narrazione, diventa simbolo del destino di tutti noi. La particolarità sta nella struttura: il film è diviso in tre atti narrati in ordine cronologico inverso. Assistiamo prima al mondo che crolla – un’apocalisse misteriosa e silenziosa in cui la vita quotidiana smette di funzionare – per poi scendere a ritroso verso momenti più intimi della vita adulta di Chuck e infine fino alla sua infanzia, al nucleo originario da cui tutto ha inizio.

Stephen King, nel racconto originale, aveva messo in scena un vero e proprio esperimento letterario: uno sguardo poetico e malinconico sull’esistenza umana raccontato in modo cronologicamente inverso. Non c’erano mostri, ma solo la forza dei ricordi. Flanagan prende questo nucleo e lo espande, senza tradirlo, aggiungendo corpo cinematografico a un testo che viveva soprattutto di intuizioni e suggestioni. Il regista arricchisce i personaggi secondari, dona tridimensionalità a figure appena accennate e soprattutto costruisce momenti visivich e nel racconto erano solo evocazioni. La famosa scena della danza in mezzo alla strada, ad esempio, diventa uno dei momenti centrali del film: un atto di vitalità e libertà che sintetizza l’intera filosofia dell’opera.

Il film è attraversato da una riflessione continua sulla mortalità. Non si tratta solo della morte individuale di Chuck, ma della consapevolezza che ogni vita porta con sé un intero universo, e che la sua fine equivale alla fine di un mondo. Flanagan costruisce così un parallelismo tra apocalisse collettiva e apocalisse privata, rendendo poetico ciò che in altri contesti sarebbe disperato. Un altro tema centrale è la celebrazione dei momenti minimi: il sorriso di un bambino, una passeggiata, un ballo improvvisato. La vita non è fatta di grandi imprese ma di frammenti, di attimi che acquistano valore solo quando sappiamo che sono destinati a finire. In questo senso, il film diventa un invito a vivere pienamente l’attimo presente. Non manca infine una riflessione sulla narrazione stessa: raccontare la vita di Chuck, darne un ordine, costruire una cronologia, diventa un modo per dare senso a ciò che, nella realtà, non ne ha.

Quello tra Mike Flanagan e Stephen King è ormai un sodalizio riconosciuto. Con Il gioco di Gerald (2017) e soprattutto con Doctor Sleep (2019), il regista aveva mostrato la sua capacità di coniugare fedeltà e interpretazione personale. Nel primo caso, portando sullo schermo un romanzo considerato “inadattabile”, nel secondo, trovando un difficile equilibrio tra il romanzo di King e l’eredità cinematografica di Shining di Kubrick. Con The Life of Chuck, Flanagan compie un passo ulteriore: abbandona del tutto la dimensione horror e sceglie di cimentarsi in un dramma che, pur appartenendo al catalogo di King, potrebbe tranquillamente vivere di vita propria. È la dimostrazione della versatilità del regista, che non si limita a riprodurre atmosfere ma cerca ogni volta di sintonizzarsi con l’anima del testo.

Dal punto di vista registico, Flanagan dosa sapientemente realismo e lirismo. Le sequenze apocalittiche, restituiscono un senso di svuotamento, a contrasto, i momenti intimi e sono filmati con una delicatezza. L’uso del silenzio, del tempo dilatato e della musica diventa strumento per mettere lo spettatore davanti alla fragilità dell’esistenza. Tom Hiddleston si conferma un attore capace di mescolare carisma e vulnerabilità. Chuck non è un eroe, ma un uomo comune che affronta con dignità l’inevitabile. Mark Hamill ha questa volta una performance intima e sobria, lontana dai ruoli iconici che lo hanno reso celebre, mentre Karen Gillan e Chiwetel Ejiofor portano spessore emotivo alle parti che rappresentano il lato collettivo della vicenda.

The Life of Chuck è un film che si colloca ai margini del genere e che, proprio per questo, affascina. Non è un horror, non è un fantasy, ma una meditazione cinematografica sul senso dell’esistenza. Può sembrare un’operazione rischiosa ma la sincerità del progetto e la delicatezza con cui Flanagan lo realizza lo rendono un adattamento insolito e riuscito. È un’opera che parla a tutti, perché tutti siamo Chuck, tutti siamo mondi che prima o poi finiranno.


The Life of Chuck arriva al cinema a partire dal 18 settembre. Ecco il trailer italiano del film:

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