Si è da poco conclusa l’edizione più atipica di sempre di Lucca Comics & Games, ribattezzata, visto l’incredibile anno che stiamo vivendo, Lucca Changes. Per l’occasione, abbiamo avuto l’onore e l’opportunità di intervistare uno dei disegnatori italiani che si è ormai affermato in territorio statunitense e che, negli ultimi anni, ha visto il proprio nome legato a progetti sempre più importanti in casa Marvel Comics: stiamo parlando di Valerio Schiti, artista che, insieme ad altri del calibro di Sara Pichelli, Andrea Broccardo, Marco Checchetto, Mirka Andolfo, Paolo Villanelli, Simone Di Meo, Andrea Sorrentino, Carmine Di Giandomenico e Giuseppe Camuncoli, lavora ormai da anni in pianta stabile per le principali case editrici americane, sia su serie regolari che su progetti speciali. Valerio Schiti, dopo Guardiani della Galassia, Iron Man e l’evento Empyre, è recentemente approdato su S.W.O.R.D., testata dell’universo mutante, recentemente rilanciato da Jonathan Hickman, che esordirà a dicembre negli States.
Con Valerio Schiti abbiamo parlato ovviamente di lavoro, ma non solo: dalla pandemia alle fiere che sono state cancellate, abbiamo affrontato diversi argomenti legati al mondo dei fumetti e non solo!
Innanzitutto, volevo chiederti, vista la situazione in cui ci troviamo, come è cambiato, se è cambiato, il tuo lavoro in questo periodo di pandemia?
“Allora, durante il primo lockdown c’è stato un periodo abbastanza stressante anche perché, come saprete, hanno chiuso almeno un terzo delle testate Marvel. Quindi noi autori, come molte altre categorie, eravamo col fiato sospeso, aspettandoci da un momento all’altro la telefono dall’editore. C’è da dire che in questo sono stati abbastanza corretti, avvisando una per una le persone che hanno fermato. Eravamo tutti un po’ all’erta e lo stesso Empyre, a cui io stavo lavorando in quel periodo, è stato rallentato, ha risentito di parecchi tagli… Adesso, più o meno, la situazione è analoga, anche non ci sono tagli o chiusure in vista. Ma parlando anche con altri colleghi ho notato che la cosa che ti colpisce, facendo un lavoro come questo, è che c’è sempre una sorta di rumore di fondo, una preoccupazione, un livello d’allerta. Anche se si tratta di disegni, compromette il lavoro, che ne risente, essendo un lavoro artistico. Il cuore va anche un po’ sulle tavole. Chiunque ho sentito accusava rallentamenti nel lavoro: chi di solito viaggiava al ritmo di una tavola, una tavola e mezza al giorno, era rallentato. Faceva molta più fatica a mettersi al tavolo. Insomma, non è stato un bel momento nemmeno per noi, ecco. Per noi come categoria e per me in particolare perché avevo gli stessi problemi di altri colleghi che sentivo.”
Certo. Poi negli Stati Uniti è stata molto turbolenta la situazione delle fumetterie e delle fiere saltate…
“Sì, poi ognuno nel proprio piccolo ha cercato di fare qualcosa per sostenere la categoria, quindi ognuno si è attivato come ha potuto con aste di beneficenza, partecipavamo a dei progetti per cercare di raccogliere fondi in favore delle fumetterie. Io stesso ho fatto qualcosa che ancora non è uscita purtroppo, perché ci sono problemi con la dogana. Però anche io ho fatto delle aste di beneficenza. Nel nostro piccolo, all’interno del nostro settore, ci abbiamo provato. Poi chiaro, io non mi voglio nemmeno paragonare a chi ha fatto grandi sacrifici o a chi ha subito tanto a causa della pandemia, oppure ai medici. Però dove abbiamo potuto anche noi abbiamo cercato di contribuire. Per dire, noi disegnatori romani, ma non solo, abbiamo partecipato all’albo “COme VIte Distanti” per l’ospedale Spallanzani di Roma. Insomma, abbiamo fatto quello che abbiamo potuto, non solo in periodo di lockdown. In un certo senso è stato anche bello, perché è stata una comunità che si è ritrovata. Alla fin fine ci conosciamo tutti e ci siamo detti “che possiamo fare?”, e qualcosa di buono ne è venuto fuori. Quella del volume è stata un’ottima idea e gli organizzatori l’hanno coordinata bene. Era difficile riuscire a seguire tutti questi sceneggiatori, disegnatori. Tutto sommato penso sia stato molto impegnativo per loro, ma hanno fatto un ottimo lavoro.”
Passando a cose più allegre… Ormai sono otto anni che lavori per Marvel. Puoi raccontarci come funziona il lavoro per la Casa delle Idee? Il tuo metodo e anche com’è lavorare per loro, qual è il rapporto nella testa con gli editor e, in generale, qual è l’infrastruttura interna della Marvel?

“Faccio un quadro più generale. La casa editrice è strutturata per uffici. Ci sono dei capi editor che a loro volta hanno degli assistenti editor e che si occupano di un pacchetto di testate. Quindi loro fanno da coordinatori e da aiuto, oltre che da controllo, per i singoli team che si occupano delle singole testate. Ogni editor, generalmente, si occupa di una decina di albi, grossomodo, assieme ai suoi assistenti. Queste figure sono quelle che si trovano poi a coordinare le mail che ci scambiamo, trovandoci noi all’estero, quotidianamente. Loro parlano delle storie, le concordano con gli sceneggiatori, tramite appunto mail, telefonate ma anche meeting a volte. Adesso chiaramente saranno tutte a distanza, non penso ci siano delle riunioni fisiche. Ogni sceneggiatore presenta le sinossi e le idee che ha per una trama e poi sviluppano in una vera e propria sceneggiatura. Di fatto tutto questo si traduce in uno scambio di mail tra editor, sceneggiatore e disegnatori. Il lavoro arriva, diciamo per semplicità, all’inizio del mese (ma in realtà dipende dalle varie scadenze), tramite una mail con la sceneggiatura e noi disegnatori leggiamo quello che ci hanno mandato, rispondiamo con le nostre proposte, domande, anche necessità perché non è detto che un disegnatore conosca tutti i personaggi che compaiono all’interno di una storia o magari si hanno dei dubbi, per esempio, sull’ultimo costume di Wolverine. L’editor corre in soccorso con reference e risposte, lo sceneggiatore valuta le proposte e risponde alle perplessità. Dopodiché noi disegnatori partiamo con il lavoro vero e proprio. Ognuno ha il suo metodo. Io generalmente tendo a fare il layout, delle bozze delle tavole in maniera molto veloce man mano che leggo la sceneggiatura, per avere chiaro come impostare la tavola. Poi faccio tutte le matite e ne mando cinque/dieci agli editor, che le controllano. Una volta finite tutte le matite e ricevute tutte le note e le correzioni da effettuare procedo all’inchiostrazione, perché io mi occupo anche di quello. Man mano che finisco le tavole da inchiostrare le spedisco di nuovo agli editor e le carico sul server della Marvel. Io lavoro in digitale e tutti questi passaggi sono molto facili, altrimenti dovrei scansionarle tutte, ma ho anche la possibilità di lasciare i layer separati delle tavole che realizzo, dividendo magari la china dal foglio bianco o da altri livelli con effetti particolari come raggi laser. Io, per esempio, tendo a tener separato il cielo, perché mi piace disegnare i cieli, lo spazio, stelle, pianeti. Lo faccio perché quando arriva tutto al colorista per lui è più facile lavorare su questi elementi scorporati. A volte, per esempio, faccio degli effetti di grigio e li lascio su un altro livello, così lui può scegliere se usarli o meno, o magari modificarli. Diciamo che aiuto un po’ il lavoro che il colorista deve fare. Lui, a sua volta, le rigira, andando avanti con la colorazione, a tutto il team, per farle controllare, notare se c’è qualcosa che non va, suggerire cose. Io a volte scrivo delle cose in alcuni livelli che lascio “spenti” e quando poi arriva la tavola il colorista legge quello che ho scritto. Finito questo, la tavola passa poi al letterista, con il quale però noi in genere non abbiamo contatti. L’albo finito poi va in stampa. Tutto questo processo diciamo che dura, per noi disegnatori, circa 35 giorni, o poco più. Si cerca sempre di iniziare con discreto vantaggio per l’uscita del primo numero per poi recuperare eventuali ritardi facendo uscire un albo singolo all’interno della serie realizzato da un altro disegnatore, in modo tale da recuperare il gap. Però, per quanto cerchiamo di essere rapidi, questo non è sempre possibile, perché comunque sia abbiamo citato moltissime persone che entrano in questo processo realizzativo: editor, assistente editor, sceneggiatore, disegnatore, a volte inchiostratore, colorista… Quindi può capitare che qualcuno ritardi per parecchi motivi. Per dire, gli sceneggiatori sono molto occupati, i disegnatori fanno tanto lavoro e dobbiamo incastrare anche la nostra vita privata. Lo stesso il colorista, che tra l’altro è uno degli ultimi che entra nel processo, quindi magari si trova con del ritardo già accumulato. Quindi purtroppo, come voi sapete, capita che si deve ricorrere a dei filling artist, cioè qualcuno che corre in soccorso del disegnatore e faccia qualche pagina d’aiuto. Io più volte sono riuscito a stare al passo, per fortuna. Sia con Guardiani della Galassia, con i quali ho fatto una bella run lunga, qualcosa tipo 23/24 numeri. Anche Iron Man andava abbastanza bene sotto questo punto di vista. È stata non interrotta, però quando abbiamo usato altri disegnatori, in particolare parlo di Paolo Villanelli, che ci ha aiutato per alcuni numeri, è stata una scelta voluta: c’erano delle scene scritte appositamente per avere un disegnatore di supporto che disegnasse con uno stile diverso. Era una storia ambientata in un certo tipo di realtà virtuale, per cui quella realtà veniva disegnata in maniera diversa. Per questo abbiamo cercato di far sì che il cambio di stile fosse funzionale anche un po’ alla trama, per non far vedere troppo lo stacco e non dare l’impressione di una “pezza”. Volevamo fare una cosa più sensata e organizzata e anche divertente, in un certo senso.”
Ci sta, assolutamente. Andando avanti, cosa significa per te essere uno dei portabandiera del nostro Paese negli Stati Uniti?
“Oddio, addirittura [ride, ndr]. Io, sinceramente, non ci penso molto. Tra l’altro, alcune cose me le fanno notare gli altri, perché io sono uno tranquillo su queste cose. Però, appunto, quando poi faccio mente locale e ci penso un po’, sono contento. Non tanto per me, quanto in generale per la considerazione che c’è per gli artisti italiani in generale. Faccio parte di una generazione che si è affermata negli Stati Uniti, vuoi perché siamo stati fortunati, vuoi perché si è creata una scuola con degli stili che evidentemente funzionano all’estero; più che rendere orgoglioso me di essere un portabandiera sono contento di far parte di una sorta di delegazione e di essere uno dei membri di questo movimento grande di artisti italiani che disegnano negli USA, e siamo tantissimi: Paolo Villanelli, Simone Di Meo, Carmine Di Giandomenico, Marco Checchetto… È pieno di grandissimi disegnatori che stimo, che mi piacciono e che sono italiani e stanno facendo la storia della Marvel.”
Assolutamente. Del resto, tu sei stato anche su uno degli eventi principali degli ultimi anni Marvel. Tanta roba.
“Quella di Empyre è stata una sorpresa. Tra l’altro, non ne sono sicuro, ma credo di essere il primo italiano ad aver fatto un evento Marvel. Io non l’avevo considerata questa cosa, ma è stato un onore. Non me l’aspettavo e non mi ero accorto di essere il primo italiano e mi sento ancora più onorato, in un certo senso. Ma quello è un sentimento che avrei avuto a prescindere: riuscire a disegnare un evento Marvel è un grande risultato. Inaspettato ed è stato anche bello farlo: eravamo un bel team, che lavorava bene, divertendosi e che ha portato a belle cose.”
Adesso arriviamo proprio ad Empyre. Dopo Immortal Hulk, Al Ewing è sulla bocca di tutti. Com’è stato lavorare con lui?
“Io avevo avuto con Al già una piccola collaborazione anni fa, su Mighty Avengers, per cui ci conoscevamo già. Però poi, per vari motivi, non è più capitato di lavorare insieme. Nel frattempo, lui è cresciuto e già mi piaceva come sceneggiatore ed è diventato uno dei miei preferiti. Quando poi si è profilata questa possibilità io ero al settimo cielo. Seguivo da lettore, come tutti, Immortal Hulk e mi piaceva tantissimo. Tornare a lavorare con Al è stato veramente bello. Ci siamo trovati bene e stiamo ancora lavorando insieme. Abbiamo più o meno gli stessi riferimenti, ci piacciono le stesse cose. Poi a me piace molto come scrive lui, perché alterna la sceneggiatura completa con tutte le necessità per i disegnatori, quando poi ci sono delle scene d’azione, passa in Marvel-style: sceneggiatura più sintetica, non mi dice come impostare le vignette, mi dice solo cosa succede e delega a me la resa grafica della tavola. Sostanzialmente mi lascia decide in quelle parti in cui la parte visiva è predominante. Questa cosa è bella a parte perché si fida, e questo è gratificante per un disegnatore, ma poi appunto lasciare la libertà a chi disegna è bello, perché lì ci si possono togliere gli sfizi di disegnare in un modo, sperimentare e osare un po’ di più rispetto a quando c’è una sceneggiatura che ti vincola e una “gabbia” decisa da un’altra persona. È divertente. Ormai lavoriamo così e ci troviamo bene tutt’e due. Penso sia il modo migliore per realizzare un fumetto, almeno per me.”

Proprio parlando dell’altro progetto che avete insieme, ovvero la testata sullo S.W.O.R.D., puoi darci qualche anticipazione sulla nuova testata mutante?
“Innanzitutto, è una delle tante ramificazioni di Empyre. Dopo l’ultimo numero c’è già un accenno a quello che sarà S.W.O.R.D., ossia una delle nuove testate del mondo mutante. Rientra, quindi, nel gruppo X-Men. I personaggi sono tutti mutanti e segue le vicende di più di un team di mutanti coordinato da Abigal Brand, già capo dello S.W.O.R.D. e uno dei membri principali di Alpha Flight e adesso di nuovo a capo dello S.W.O.R.D.. In un certo senso questo è il primo passo dei mutanti nello spazio. È come dire che la razza mutante si espande e passa da Krakoa e supera i suoi confini, arrivando fino allo spazio. Noi racconteremo queste vicende qui, una sorta di ramo fantascientifico degli X-Men. Però c’è anche molto più di questo: l’Universo Marvel è tutto collegato, quindi tendenzialmente le vicende di S.W.O.R.D. si andranno ad intrecciare con le trame cosmiche del Marvel Universe.”
Questa testata è veramente molto interessante, come tutto il progetto di Hickman con gli X-Men: le ramificazioni sono tutte ben studiate.
“Sì, è tutto enorme. È una grande storia che coinvolge tutti i mutanti e adesso anche noi.”
Per S.W.O.R.D., come per altre testate, hai curato anche il character design dei personaggi e dei costumi. Come hai elaborato questi nuovi costumi e a cosa ti sei ispirato? Gli editor ti hanno dato delle linee guida oppure sei stato libero di re-inventare i costumi di questa formazione?
“No, non mi hanno dato delle linee guida. Anzi, mi hanno spinto a fare qualcosa di nuovo e di diverso. Il compito era proprio di prendere questi personaggi e farli diventare un gruppo “cool”, figo e accattivante. Mi hanno fatto chiaramente degli esempi. Per esempio, una delle cose più recenti che mi hanno segnalato è stato il design di David Baldeon per X-Factor: mi hanno girato quello e mi hanno detto che cercavano qualcosa del genere. Io sapevo alcune cose del funzionamento dello S.W.O.R.D. e alcune caratteristiche legate al colore dei personaggi, perché ogni personaggio ha un colore chiave diverso che significa una cosa, per simboleggiare le varie divisioni dell’equipaggio: sicurezza, teletrasporto, gruppo medico, ambasciatori e così via. Un po’ alla Star Trek. Assodato questo, però, ognuno doveva avere il suo costume chiaramente riconoscibile, nella migliore tradizione degli X-Men. L’idea che avevamo era quella di fare questo equipaggio spaziale con qualcosa che non sia progettato per essere usato in ambiente spaziale. Non ci sono delle vere e proprie tute spaziali e non ci sono dei veri e propri costumi da X-Men. Non c’è la classica tutina in spandex, in un certo senso. Abbiamo fatto molte cose diverse, ogni ruolo risente di influenze diverse: magari le uniformi classiche degli ambasciatori e per il team del teletrasporto ci siamo ispirati più agli sciatori, quindi sembrano un incrocio tra tute da snowboard e un costume da supereroe, per esempio. Però mi piaceva che avessero due caratteristiche: primo che fossero, quasi tutti, accomunabili agli elementi da street wear: cioè, la reazione che io volevo, e che ho avuto, dal pubblico è che i lettori desiderassero avere quella giacca, quelle scarpe, come se fossero dei vestiti veri da comprare, come una sorta di merchandising targato S.W.O.R.D.; la seconda è che fosse una cosa anche un po’ “strana”: questa gente va quasi vestita normale nello spazio e che però, se ci pensi, ora ci sembra normale ma prima, in una fase storica di pre-evoluzione del design, è stata fatta, basti pensare ad Alien. In quel caso c’era per una delle primissime volte della gente vestita come meccanici o tecnici, con la differenza di trovarsi su un’astronave. Magari indossavano le Converse: una cosa per l’epoca inspiegabile. Noi volevamo riproporre una cosa del genere: una tecnologia talmente avanzata che non si ha bisogno della tuta spaziale. Si va talmente oltre la tecnologia attuale che non ha senso mettersi lo “scafandro”. Che poi, paradossalmente, è una cosa che ho anche ritrovato in Raised by Wolves, sempre di Ridley Scott tra l’altro. Un design completamente diverso ma il concept di base è sempre lo stesso: un look completamente minimal che loro non sembrano astronauti, non sembrano soldati perché la tecnologia permette di non essere più di tanto in vista. Mi colpiva questa cosa ed ho provato a ricreare la situazione anche nei design di S.W.O.R.D. e rendere i personaggi “normali”. Poi oltre ai personaggi che si sono visti, l’ho accennato, ci sono anche tutti i sottoposti, l’astronave, gli ambienti, la stazione orbitale dello S.W.O.R.D. completamente re-inventata. Insomma, ce n’è di lavoro e tanto studio.”
Oltre a S.W.O.R.D. hai qualche altro progetto in cantiere di cui ci puoi parlare?
“Per adesso S.W.O.R.D. mi sta assorbendo tantissimo. Dal punto di vista del design, per esempio, ogni albo vien fuori una cosa nuova che va progettata, nuovi personaggi da inventare. Sto collaborando, però, con altre case editrici per delle copertine: sto facendo delle cover per BOOM! che ancora non sono uscite e non posso dire granché. Una è una variant per You Only Find Them When They’re Dead di Al e Simone Di Meo. Ne usciranno altre tre per altre testate ma sono ancora in fase di lavorazione.”
Per concludere, quale consiglio daresti a un giovane disegnatore che sogna di arrivare dove oggi sei tu?

“La mia svolta è stata quella di iscrivermi alla scuola di fumetto. Non ho consigli in particolare su quale seguire, perché quello dipende anche da dove uno abita. Però il fatto di avere dei professionisti che ti insegnano il lavoro e il mestiere è un aspetto veramente molto importante. Più la scuola è organizzata e strutturata bene, più si impara. Perché al di là della parte creativa, c’è la tendenza a creare il lavoro del fumettista un lavoro al 100% creativo. Siamo visti come artisti e ci credono sregolati e pensano che facciamo come ci pare. Non è così. Una grossa componente creativa c’è, è vero. Ma è un lavoro molto artigianale, si lavora su committenza, spesso si disegnano personaggi che non ti appartengono, ci sono scadenze ben precise e in un certo senso serve “andare a bottega” da qualcuno che lo sa fare e che ti sappia spiegare come si fa e come si può organizzare un lavoro, come si presenta un portfolio, come si rispetta una deadline. In più, avere a che fare con degli insegnanti che già fanno questo lavoro è un modo per collaborare con loro, imparare di più e andare a bottega da un professionista, avendo poi dei contatti che ti permettono di mostrare il tuo lavoro a degli editori sia italiani che stranieri, perché avendo a che fare con dei disegnatori già arrivati si riesce a mettersi in contatto con gli editori. In particolar modo adesso, perché prima c’erano le fiere dove veniva il talent scout o l’editor a visionare il book di giovani disegnatori, adesso per un po’ di tempo non sarà possibile, quindi è sempre meglio avere altri contatti. In tempi comunque quieti, l’altra cosa da fare dopo la scuola è quella di preparare un portfolio di tavole ben fatte, meglio poche ma buone che tante ma caotiche. Avere delle tavole di fumetti in sequenza, e questa sembra una cosa stupida perché la gente vuol fare il fumettista ma poi fanno vedere solo le illustrazioni che non è la stessa cosa, in cui si fa vedere di essere in grado di disegnare un fumetto con delle tavole in sequenza. In generale poi bisogna studiare anatomia, fare pratica e insistere. È un lavoro a cui si arriva dopo un tot. di tempo e perseveranza.”
Ti ringrazio per il tuo tempo. Mi ha fatto molto piacere fare questa chiacchierata e spero di incontrarti presto in fiera quando tutto sarà risolto.
“Quello manca un po’ a tutti e parlare con un po’ più di leggerezza.”
Esattamente, a me è mancata molto Lucca quest’anno, con tutta la spensieratezza ad essa legata e parlare del fumetto.
“Assolutamente. Poi quest’anno che ho avuto Empyre mi sarebbe piaciuto parlarne anche un po’ con i lettori e sentirmi dire magari che è piaciuto.”
Ti ringrazio ancora e ti auguro ogni bene.
“In bocca al lupo anche a voi!”

















