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Carnival Row: Stagione 1 – Il Detective e la Fata | Recensione

  • di admin2313
  • Settembre 7, 2019
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Il modo più efficace che abbiamo per raccontarci il mondo reale è attraverso il filtro della fantasia, troviamo molto più semplice comprendere una morale se letta tra le righe di una favola che imita i grandi eventi della nostra storia. Carnival Row si tuffa negli eventi recenti della nostra società, la veste con ali fatate, corni e tradizioni magiche e ci regala un urban fantasy/noir con una vena politica assolutamente attuale.

Gli scrittori della serie sono René Echevarria e Travis Beacham, sceneggiatori navigati che portano tutta l’esperienza sviluppata in prodotti popolarissimi come Star Trek: The Next Generation, Star Trek: Deep Space Nine, Pacific Rim e Clash of the Titans, reinventandosi per un soggetto originale, originalmente scritto per il cinema, su cui Amazon Prime Video sembra puntare molto.

Andiamo per ordine: i protagonisti di questa fiaba sono Rycroft “Phylo” Phylostrate (Orlando Bloom) e Vignette Stonemoss (Cara Delevingne), due amanti, uno umano, l’altra fata, uniti da un amore conflittuale e divisi da una società che ripudia il rapporto interrazziale. Phylo è un ex-soldato del Burgue, la colossale città-Stato in cui la storia della serie si svolge, ora detective della gendarmeria cittadina spesso coinvolto in casi legati al Carnival Row, il quartiere in cui si è rifugiata gran parte della popolazione fatata. Vignette è alla fine della sua lotta per liberare più gente possibile dagli ex-territori di Anoun, la patria delle Fate ora parte del Patto, nazione che ha sconfitto The Burgue nella guerra combattuta sette anni prima nelle lande del popolo fatato, e vuole trasferirsi in città per tornare a vivere una vita normale. Phylo avrà il compito di indagare su una serie di violenti omicidi apparentemente scollegati, insensati e cruenti, fin quando tutti i nodi non verranno al pettine.

La combinazione del Burgue, che ricorda senza troppo sforzo una Londra Vittoriana con una leggera atmosfera steampunk piena di passato e di misteri, e di una struttura crime/noir, non può far altro che ricordare prodotti della stessa tipologia, su tutti From Hell, in italiano La Vera Storia di Jack lo Squartatore, ma anche serie tv meno blasonate come The Alienist. La vena fantastica di Carnival Row ci consente anche di mettere questo prodotto a paragone con l’attesissima serie tv His Dark Materials: chi conosce il film, o ancora meglio il libro, non può non apprezzare il coinvolgimento che un universo narrativo simile concede allo spettatore, in cui la commistione tra gli usi e i costumi di un mondo fantasy e del mondo reale crea un’immaginario davvero unico. Oltretutto la connotazione socio-politica, sulla discriminazione nei confronti della popolazione fatata ridotta ad un quartiere di rifugiati di guerra, sulle condizioni di vita all’interno di un tessuto urbano che li respinge e sulle frange violente che macchiano la reputazione di popoli interi, è un’aggiunta tanto importante quanto apprezzabile in questo periodo storico.

Il pregio principale del racconto di questa prima stagione infatti è senza dubbio la creazione progressiva di un mondo brulicante di storia e di vita. Dal primo minuto ci troviamo ad osservare chiunque passi nell’inquadratura, ognuno di loro cela un passato unico da raccontare e una storia singolare che andrà a dipanarsi lungo gli episodi. Tutti i co-protagonisti della serie, dalla decadente famiglia Spunrose (Tamzin Merchant e Andrew Gower) al criptico Mr. Agreus (David Gyasi), il teatrante Runyan Millworthy (Simon McBurney) e le vicissitudini della famiglia del Cancelliere Breakspear (Jared Harris), hanno una storyline che alimenta la tridimensionalità dell’universo. Ci vengono continuamente svelati rapporti tra personaggi, in una rete che, se usata in modo improprio, può rivelarsi dannosa, ma ci arriveremo più tardi.

Tornando ai personaggi, un plauso va fatto al quasi perfetto lavoro di casting. Cara Delevingne, sempre più attrice che modella, è palesemente perfetta per il ruolo della pix, grazie ai suoi lineamenti e la sua eleganza fisica contrapposti ad un carattere sanguigno, il personaggio di Vignette sembra davvero cucito su di lei (un piccolo appunto: Cara, in quanto Londinese, fa una leggera fatica a simulare l’accento Scozzese che è stato, almeno in teoria, attribuito al popolo fatato, ma risulta infinitamente meno pacchiana di altri esempi a cui il Cinema ci ha abituato in fatto di cadenze Scottish). Tutti gli altri comprimari calzano benissimo il ruolo scelto, e sebbene nelle scuole di Teatro inglese non sia complesso trovare dei caratteristi adatti all’Inghilterra Vittoriana, troviamo dei volti e degli accenti perfetti. L’elefante nella stanza è Orlando Bloom, che, pur non portandosi dietro delle grosse aspettative, lascia a bocca asciutta sotto molti aspetti: dopo averlo visto, tra gli altri, nel ruolo di un Elfo Sindarin e di un goffo pirata, sembra assurdo come si sia lasciato andare in un personaggio che non eccede in pathos, in eroismo, in romanticismo, in nichilismo. È un personaggio estremamente passivo, spesso anche nei confronti dell’intreccio che lo investe in pieno, per cui la colpa di questo unico neo nel team di attori è forse da attribuire alla scrittura della serie.

Dal punto di vista tecnico Carnival Row, oltre che essere tutto sommato in linea con le aspettative, lascia ben sperare per la futura serie tv del Signore degli Anelli, almeno in termini di puro budget. La CGI è molto buona salvo uno o due casi davvero mal gestiti rispetto al resto, e le scenografie ricche rendono, come detto sopra, il profondo vissuto dei personaggi negli ambienti. La mano del regista si nota in particolar modo nei punti in cui deve essere più furba, alcune inquadrature strategiche compensano i punti in cui CGI e trucco non possono fare miracoli, ma in una serie piena di misteri come questa è fin troppo esplicita, la camera insiste in maniera forse eccessiva sul dettaglio chiave che capovolgerà le singole situazioni, lasciando davvero poco margine alla sospensione dell’incredulità. Una menzione speciale va fatta al comparto sonoro, in cui gli effetti speciali sono gestiti bene vista la complessità di un mondo simile in cui ali, zoccoli e ruggiti sono parte dell’ambiente, e alcuni brani originali rimangono felicemente impressi.

L’unico, enorme difetto di questa serie, come già accennato, è nella sceneggiatura della serie. Abbiamo già fatto riferimento a prodotti simili a Carnival Row, e fortunatamente non mancano le ispirazioni dai grandi autori, Shakespeare su tutti, con i suoi amori impossibili e i suoi regni fatati pervasi di folklore britannico (il nome della divinità delle fate, Titania, è un palese omaggio). Tutto è ascrivibile ad una origin story dell’ambientazione, in cui avvengono cambiamenti importanti sia su scala politica sia nei rapporti intimi dei personaggi, in modo da poter proseguire nella prossima stagione con un’alchimia tesa che non era possibile ottenere da zero. Un lavoro completo per certi versi, in cui in certi momenti sembra davvero che ci sia un’intera collana di romanzi a supporto, che nasconde una “regola” ben messa in atto secondo cui un mondo ben dettagliato lascia ampio respiro alle storie e coinvolge gli spettatori amplificando, o in questo caso compensando, le storie scritte al suo interno. Il difetto della scrittura è nella fretta.

Fretta di far affezionare lo spettatore ai personaggi, fretta di creare rapporti spesso forzati, di creare quegli strumenti che generano “buzz” nella sezione commenti delle board di Internet ma che sono sintomo di una sceneggiatura delle più banali. I personaggi che sopravvivono alla sfida del tempo radicano con il tempo nel cuore dei fan, il Trono di Spade ne è la rappresentazione perfetta, ma Amazon non può perdere tempo e cerca da subito in modo troppo artificiale di ottenere lo stesso effetto nel giro di una sola stagione ed ottenere un prodotto a diffusione capillare che generi introiti. L’investimento di Amazon c’è stato, c’è come l’impressione che si sia voluto a tutti i costi, anche a discapito di uno svolgimento naturale degli eventi, creare la serie evento allo stesso modo in cui Netflix ha il suo Stranger Things, ma è già evidente come non abbia avuto l’effetto sperato, “limitandosi” ad una serie con una nicchia all’effettivo molto ampia di amanti del fantasy e un generico interesse per il futuro da parte della critica e degli utenti. Ma l’hype, quello è tutt’altra storia.

Come già detto, l’interesse per il futuro rimane, i margini di miglioramento sono enormi e Redcapes.it sarà in prima linea quando uscirà la prossima stagione di Carnival Row, fiduciosi che la produzione possa imparare dai propri errori e consegnarci una seconda stagione accattivante ed epica.

Carnival Row - Stagione 1

Carnival Row è una buona serie fantasy con però diversi difetti. La ricerca ossessiva di Amazon di far diventare la serie un prodotto di culto penalizza moltissimo una delle serie non tratte da romanzi con il world building più interessanti degli ultimi anni.
6.5
Promossa con riserva
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