Era il 1968, pochi anni dopo l’uscita dei primi volumi dei fumetti di Diabolik delle Sorelle Giussani, quando Mario Bava aveva per la prima volta adattato in film le avventure del Re del Terrore. Quello che ne uscì fu un film non particolarmente apprezzato, volutamente eccessivo ma che a distanza di anni ha acquisito un certo valore e rispetto nonostante le ingenuità presenti. Dopo più di cinquant’anni e una serie tv (Sky Original) annunciata e mai realizzata, i Manetti Bros. registi di una certa tipologia di cinema, il B-Movie all’italiana, sono stati scelti per riportare in auge le avventure del ladro mascherato più famoso d’Italia, di fronte ad uno scetticismo, diciamolo, abbastanza generale. È il fumetto n° 3 quello scelto come base per la sceneggiatura, con l’inserimento di dettagli provenienti da altri albi con l’intento di ampliare e approfondire la narrazione. I Manetti, dedicano anima e corpo al film, ma quello che ne esce è purtroppo una scommessa vinta solo in parte.
La vicenda del film segue il primo incontro tra Diabolik (Luca Marinelli) e Eva Kant (Miriam Leone). Subito dopo che lui tenta di rubare alla nobildonna un diamante, inizierà tra i due un rapporto complice e affiatato che trasforma la donna nella perfetta partner in crime del Re del Terrore. Seguiti e braccati dall’instancabile Ginko (Valerio Mastandrea) che ha atto della caccia a Diabolik il suo credo religioso.
Sulle note di “La Profondità degli Abissi” canzone di Manuel Agnelli degli Afterhours si apre la prima scena, un inseguimento tra Diabolik e Ginko, la summa di tutto il film, un continuo gioco tra gatto e topo, guardia e appunto ladro che verrà eviscerato, poco e neanche tanto bene, durante il corso della pellicola. La scena era già stata mostrata in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, dove per la prima volta, anche gli stessi registi presenti in sala avevano potuto vedere la sequenza girata tra Trieste, Bologna e Milano, che per l’occasione si sono trasformate nella fittizia Clerville. Già i primi minuti erano stati profetici su quello che sarebbe stato il seguito del film. Nonostante la scena fosse un inseguimento, quello che ne risulta è una goffa messa in scena, appesantita da un ritmo che sembra discordare con quello mostrato su schermo. Pur essendo il montaggio tra una ripresa e l’altra ben congegnato, vista la difficoltà di girare la sequenza in tre città diverse, pervade una sensazione di monotonia, quasi indecifrabile, che sarà poi presente per gran parte dell’intero film.
La sensazione di pesantezza è forse l’unica costante in tutto Diabolik. La sceneggiatura, priva di qualsiasi guizzo di originalità e di alta prevedibilità, è accostata ad un modo di fare cinema completamente obsoleto. Nonostante la ricercatezza in termini di scenografia e costumi, la vera chicca di tutto il film, quello che si avverte durante le quasi due ore e più di durata è che il progetto non sia solo uscito dagli anni ’60, ma fatto negli anni ’60 e non con un’accezione completamente positiva. Ambientare un film in un’altra epoca è forse uno dei lavori più difficili, non solo in termini di accuratezza storica, ma proprio di messa in scena. Se da una parte quindi ne scaturisce l’ingenuità e anche la nostalgia di quegli anni, dall’altra un prodotto che esce nel 2021 non può e non deve sembrare vecchio solo perché ambientato tempo fa. Non bastano quindi la perfetta cura dei dettagli negli interni e negli esterni o delle belle macchine d’epoca per far immedesimare il pubblico.
Unita ad una sceneggiatura che sa di già visto c’è anche il fattore recitativo che non va di certo incontro allo spettatore. Lo “spiegone” è in agguato, interminabili scene dialogate allungano inutilmente un film che è già lungo, specialmente quando viene scelta un’impostazione attoriale estremamente rigida, distaccata e straniante. Nonostante la teatralità, che funziona solo in certi momenti, quello che ne scaturisce è una sensazione di enorme freddezza. Luca Marinelli, camaleontico e bravissimo attore è in questo caso estremamente distaccato, artificioso e finto. Nonostante le sue doti non riesce mai a spiccare, anche se nella forma fisica sembra essere il perfetto Diabolik. Miriam Leone è forse il vero faro dell’intera pellicola. Pur approcciandosi anche lei ad una recitazione estremamente sostenuta, e in molte parti decisamente finta e poco credibile, è l’unica interprete del cast che riesce a portare a termine il suo lavoro dall’inizio alla fine. Bellissima e sinuosa davanti alla macchina da presa come una splendida Sharon Tate, sembra ammanettata, come incapace di liberare quel suo spirito che però fuoriesce dal suo sguardo, dai suoi occhi. Quello che purtroppo viene meno è la chimica, la tensione, e la complicità tra i due interpreti, che se in un paio di scene è ben riuscita, per gran parte del film risulta troppo macchinosa e finta. Un po’ meno a suo agio Valerio Mastandrea, che con un parrucchino improponibile, rende il suo Ginko un personaggio privo di qualsiasi interesse, come se lo stesso attore fosse completamente disinteressato alla parte. Nota di demerito va anche purtroppo alla sua fantastica calata romana che stona completamente con il resto dell’ambientazione. Ai personaggi secondari è purtroppo lasciato l’arduo compito di spiegare, spiegare e ancora spiegare quello che avviene in scena. Claudia Gerini, nel ruolo di una maschera (letteralmente) compare per poco più di tre minuti e riesce comunque a rubare la scena, facendosi protagonista di uno dei momenti più belli del film.
I Manetti Bros. hanno in parte perso la scommessa nei confronti di questo adattamento, del quale sono stati già annunciati (e sono in lavorazione) i due sequel che vedranno molto probabilmente nei panni di Diabolik Giacomo Giannotti (Grey’s Anatomy). Registi di pellicole divenute ormai cult del genere B-Movie all’italiana come “Zora la Vampira” o “L’arrivo di Wang”, si sono fatti notare dal grande pubblico con i film “Song’e Napule” e “Ammore e Malavita”, vincendo il David di Donatello nel 2018 proprio per l’ultimo film citato. Due registi decisamente particolari che hanno saputo negli anni coniugare innovazione ed eccentricità ad un genere che in Italia non ha mai preso realmente piede, sarebbero potuti essere la scelta vincente, nonostante gli scetticismi generali. Purtroppo una delle grandi pecche di Diabolik sta proprio nel suo non osare, non andare oltre il “compitino” cosa decisamente inaspettata da un duo di registi che hanno abituato il loro pubblico a tutt’altro cinema.
Diabolik è un film poco riuscito nonostante un comparto scenografico degno di nota. la sceneggiatura prevedibile, la recitazione sostenuta e finta, la pesantezza della narrazione fanno della pellicola un prodotto inutilmente lento e sostenuto, tutto il contrario di quello che i fumetti hanno sempre raccontato. La regia dei Manetti Bros. pur essendo interessante in alcune sequenze, si fa statica per la maggior parte della durate del film, eccessivamente lungo e roboante. Insomma una scommessa portata a casa solo in parte. Ma ora che ne sarà dei seguiti?
Diabolik arriva in 500 sale cinematografiche italiane a partire dal 16 dicembre. Ecco il trailer del film:
















