Per parlare di DOTA: Dragon’s Blood, nuova serie animata rilasciata da Netflix nei giorni scorsi, non si può evitare di aprire la discussione con un preambolo: siamo di fronte ad un’altra (dopo Castlevania e Dragon’s Dogma) serie animata basata su un popolare videogioco e, ancor più rispetto ai due illustri ed apprezzati (il primo molto, il secondo meno) predecessori, il materiale da cui trae ispirazione la serie è sicuramente, nel bene e nel male, estremamente importante nella riuscita o meno della serie stessa. Ma andiamo con ordine.

DOTA, a differenza di Castlevania e Dragon’s Dogma, non è un gioco single player, non basa la sua fortuna sulla trama o sugli eventi narrati nel gioco perchè, per la sua stessa natura di MOBA, non ha una vera e propria trama, ma solo una lore, costruita andando avanti negli anni, sia dalla software house responsabile del gioco, sia dai giocatori stessi. Partendo da questo presupposto, imbastire una trama degna di tale nome è sicuramente uno dei compiti più ardui per Ashley Edward Miller, showrunner della serie che, tra un clichè di troppo e qualche stereotipo proveniente dal più classico dei fantasy, non ha comunque sfigurato, considerato che il materiale di partenza è decisamente variegato e difficile da amalgamare senza intoppi.

DOTADi cosa parla, dunque, DOTA: Dragon’s Blood? Molto semplice: Davion, un coraggioso Dragon Kinght/Cavaliere Dragone, scopre la tana di un Drago Antico. Contemporaneamente, Mirana, Principessa del Niente, insieme alla sua fidata collaboratrice Marci, è alla ricerca del ladro che ha rubato gli importantissimi Fiori di Loto di Selemene.

I due si incontreranno per caso e vedranno le proprie vicende, come nella tradizione dei classici racconti fantasy, intrecciarsi e portarli ad affrontare minacce decisamente più grandi di loro, finendo coinvolti nello scontro tra antiche forze, divinità e un malvagio decisamente pericoloso. Il protagonista, Davion, dovrà affrontare il destino (decisamente poco fortunato) che gli si para di fronte, mentre Mirana dovrà scendere a patti con la propria fede e le proprie convinzioni. Tra scontri, incontri, nascita e morte di relazioni, easter egg per gli amanti del videogioco, citazioni più o meno volontarie a gran parte dell’immaginario fantasy, DOTA: Dragon’s Blood è il primo Libro di quella che potrebbe essere una serie decisamente longeva, qualora riscontrasse il favore del pubblico e Netflix decidesse di proseguirla.

DOTAParlando della realizzazione tecnica, la serie, esattamente come per la trama, non spicca per guizzi particolarmente originali o trovate geniali ma, ed è giusto ricordarlo, non ha nemmeno il problema inverso, mantenendo sempre un livello più che sufficiente, con qualche scelta più azzeccata ed altre che possiamo definire decisamente più “safe”, per usare un termine videoludico. Il lavoro di Studio MIR, team coreano conosciuto per aver già lavorato su serie come Voltron: Legendary Defender e The Legend of Korra, è tutto sommato apprezzabile, con un design semplice, classico, ma affidabile e decisamente azzeccato, ambientazioni splendide soprattutto per colori e dettagli e animazioni che, al netto di qualche rallentamento nelle scene più concitate, si mantengono su buonissimi livelli.

DOTADal punto di vista della colonna sonora, ci sono diversi richiami ai temi classici del MOBA, con un salto da temi super orecchiabili e intuitivi a sonorità synth wave decisamente apprezzabili, mentre, dal punto di vista del doppiaggio, il lavoro è ancora più apprezzabile, con un cast che, in lingua originale, vanta nomi come Troy Baker, Yuri Lowenthal, Anson Mount e Lara Pulver, tutti doppiatori che, chi più chi meno, abbiamo già apprezzato in altre produzioni a tema videoludico.

Una menzione d’onore va assolutamente a due aspetti particolari di DOTA: Dragon’s Blood: la splendida opening, artisticamente encomiabile, e soprattutto la sequenza iniziale del primo episodio, ed alcuni flashback, realizzati con uno stile più simile ad un dipinto, decisamente notevoli come realizzazione e azzeccatissime per quanto riguarda lo stile visivo scelto.

Siamo di fronte ad una serie che, come avrete capito, non ha particolari pregi o particolari difetti: DOTA: Dragon’s Blood è un prodotto che, soprattutto dal punto di vista della trama, non osa, con situazioni che, ai più avvezzi, risulteranno prevedibili, a volte un po’ troppo ispirate a qualcosa di già visto (su tutti, Dragonheart, Dragon’s Dogma, The Dragon Prince, insomma, storie con i draghi), rovinando l’esperienza di chi fosse alla ricerca di qualcosa di assolutamente originale. Ma, tocca dirlo, questo aspetto non deve essere necessariamente un difetto, anzi: un prodotto che non ambisce a rivoluzionare un genere, ma che lo declina in maniera decisamente solida, strizzando l’occhio alla fanbase di provenienza del materiale originale, è sicuramente qualcosa da apprezzare, e una piacevole storia, leggera e senza troppe pretese può assolutamente essere vista anche da chi è più esperto in materia.

DOTA: Dragon’s Blood è disponibile su Netflix dal 25 marzo 2021.

RASSEGNA PANORAMICA
DOTA: Dragon's Blood
6,5
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Andrea Barone
Il vecchio della redazione: un cocktail a base di supereroi, battle shonen, videogiochi, basket, fantasy e metal. Agitare, ma non troppo (che poi sta male), prima dell'uso.

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