Era il 2006 quando Hideaki Anno decise che era giunto il momento per riscrivere (o continuare) la sua creatura più famosa, controversa, discussa, amata ed influente, Neon Genesis Evangelion. Da allora, sono passati quindici anni e, dopo tre film di preparazione e sviluppo, il mondo è finalmente pronto per Evangelion: 3.0+1.01 Thrice Upon a Time, quarto ed ultimo lungometraggio della tetralogia che continua, amplia e riscrive il mito di NGE, di Shinji Ikari, Asuka Langley, Rei Ayanami, Misato Katsuragi e di tutti i personaggi che hanno popolato l’universo creato da Anno nel lontano 1995. Il film, uscito pochi mesi fa in Giappone, arriva finalmente anche in Italia, grazie ad Amazon Prime Video, che propone tutta la tetralogia comprensiva del nuovo capitolo.
Prima di addentrarci in questo quarto ed ultimo atto della saga Rebuild of Evangelion, tuttavia, occorre soffermarci su alcuni punti che spiegano come la stessa sia composta. È risaputo, da sempre, l’amore di Hideaki Anno per la musica, per il teatro, per l’alternanza tra classico e moderno, un amore che, sia in Neon Genesis Evangelion che in altre opere come Nadia, è sempre stato messo in mostra nei modi più svariati, e questa saga Rebuild non è da meno, anzi. Infatti tutta la tetralogia di lungometraggi si rifà al concetto di Jo, Ha e Kyu della gagaku.
Jo, ha, kyu (序 破 急 jo, ha, kyu), ovvero preludio, rottura/intermezzo, accelerazione, sono la forma musicale della gagaku, la musica classica giapponese, e corrispondono all’incirca al primo, secondo e terzo movimento della musica classica occidentale: preludio, intermezzo, finale. Allo stesso modo, Hideaki Anno prende le tre fasi per caratterizzare i tre film precedenti a Thrice Upon a Time, arricchendole con il sempre presente tema del contrasto, che nel linguaggio di Anno significa, molto semplicemente, partire da qualcosa di classico per poi prendere una nuova direzione, una tematica che accompagna sia il concetto dietro alla serie classica (utilizzare il classico anime a tema “robottoni” per andare a raccontare qualcosa di totalmente diverso) sia questa nuova saga Rebuild, intesa come tetralogia ma anche all’interno degli stessi film, soprattutto quest’ultimo: nel primo film abbiamo infatti una riproposizione quasi fedele degli eventi della prima parte della serie classica, con alcune differenze, ed anche lo stile visivo ricorda molto la serie degli anni ’90, un preludio, quindi.
Nel secondo film passiamo quindi alla fase “ha”, di rottura, con una pellicola che prende, poco per volta ma inesorabilmente fino allo sconvolgente finale, una direzione diversa rispetto al passato, una rottura decisamente netta, che da il via alla vera “nuova” narrazione di questa Rebuild of Evangelion. Si tratta di una rottura su molteplici livelli: una rottura col passato della serie, evidenziata da eventi che prendono una piega decisamente diversa; una rottura per Shinji, che prende una decisione diversa e, soprattutto, una rottura per Hideaki Anno, che si discosta in maniera estrema e convinta dal suo passato, dalla sua identità all’epoca della creazione di NGE, per mostrarci un nuovo mondo, un nuovo Shinji e un nuovo Anno. Il terzo film, infine, rispecchia il concetto di Kyu, la fase di accelerazione: si tratta della pellicola meno apprezzata delle tre, ed è la sua stessa natura, di accelerazione appunto, ad esserne probabilmente la causa: un time skip di quattordici anni è senza dubbio uno dei modi migliori per rappresentare un’accelerazione, ma anche il susseguirsi di eventi, di personaggi e di colpi di scena, un’escalation sempre più veloce che porta ad un finale spiazzante e netto, che lascia lo spettatore con il più classico dei “E adesso?”.
“Adesso” è il quarto ed ultimo film, il cui titolo, superate le tre fasi di cui sopra, si ricollega sempre al mondo della musica, con un simbolo musicale, una linea di battuta utilizzata negli spartiti per indicare la fine di un ritornello. Questo simbolo, la cui pronuncia giapponese non è stata specificata, indica all’esecutore dello spartito che la parte del brano tra esso e il rispettivo simbolo di inizio ritornello va ripetuta: un simbolo che, indicando qualcosa che può essere identificato con un loop, ha rafforzato le teorie, ovviamente mai confermate ufficialmente, secondo le quali Evangelion non sia altro che una ripetizione, un loop appunto, di eventi atti ad arrivare al Perfezionamento dell’Uomo, un evento che DEVE avvenire e che, quindi, porta ad un ripetersi degli eventi, partendo da un punto zero (il rifiuto del sopracitato Progetto da parte di Shinji in The End of Evangelion), fino al raggiungimento dell’obiettivo. Ovviamente, trattandosi di teorie mai confermate ufficialmente, quest’ultimo film non farà che aumentare le discussioni in materia, ed il simbolo utilizzato insieme al titolo non fa che facilitare questo processo. Oltre al simbolo, anche il titolo, Thrice Upon a Time, da adito, come tutta la saga, a diverse interpretazioni: il gioco di parole con il C’era una Volta tipico delle fiabe, che qui diventa un “C’era Tre volte”, la cui traduzione stona in italiano, ma che può riferirsi sia ai tre film precedenti, sia ai tre Impact avvenuti, sia alle tre iterazioni principali della saga (serie tv, manga, Rebuild), sia ai tre finali visti nei prodotti audiovisivi del franchise, e ad un’altra miriade di concetti che varieranno a seconda di chi si mette alla visione del lungometraggio.
Il tema del contrasto, poi, che è stratificato a più livelli in tutta l’opera, si presenta anche negli stessi titoli dei film di cui abbiamo appena parlato: sappiamo benissimo che tutta l’epopea di Shinji è basata sui contrasti, sul complesso meccanismo che porta gli animi umani ad avvicinarsi tra di loro, sulle relazioni viste appunto come contrasto, non per forza violento, tra due “io”. Bene, nella scelta dei titoli dei lungometraggi della Rebuild, questo contrasto, accomunabile anche al contrasto tra presente e passato, tra classico e deviazione di cui abbiamo già accennato, si fa ancora più esplicito: i primi tre film, infatti, hanno la dicitura, tra parentesi, “(not)”, quasi a voler manifestare fin dal titolo la contrapposizione tra potere e non potere, tra passato e futuro, tra serie classica e rebuild, indicandoci che siamo (o non siamo) da soli, che possiamo (o non possiamo) andare avanti e che si può (o non si può) rifare qualcosa. Ed il concetto di contrasto, che sia tra persone, tra yin e yang, tra padre e figlio, tra uomo e donna, tra inizio e fine, è uno degli elementi cardine di tutta la saga, molto più di qualsiasi evento della trama.
Parlare di Evangelion, che si tratti della serie classica, dei film che la completano, o della saga Rebuild, richiede infatti di partire sempre e comunque da una serie di presupposti: prima di tutto, la trama degli eventi, per quanto sia il motore della narrazione dell’opera, non è altro che un contorno, scelto da Anno, per raccontare se stesso, per portare su schermo le sue riflessioni sul mondo, sulla condizione umana, sulla società giapponese e, come anticipato, sul concetto di contrasto e di rottura. Tutto il corollario di tecnologia, robottoni che combattono mostri giganti, riferimenti alla cabala e alle religioni, non sono altro che uno specchietto per le allodole per mascherare magnificamente i suoi reali intenti. Inoltre, per capire appieno tutta l’opera, i suoi significati, i riferimenti che troviamo sparsi in giro per i film, occorre, seppur non sia totalmente fondamentale, aver visto la serie originale, aver letto il manga di Yoshiyuki Sadamoto, e conoscere gli altri media sui quali si è dipanata la storia quasi trentennale del franchise. Come detto, non è fondamentale per godere di questa tetralogia, ma sicuramente aiuta e da un senso di appagamento più completo, una volta giunti al “The End” di questo Evangelion: 3.0+1.01 Thrice Upon a Time.
Per questa serie di motivi non vi parleremo assolutamente della trama di questo quarto lungometraggio realizzato da Hideaki Anno e da Studio Khara, né degli eventi dei tre film precedenti, sia per non cadere negli spoiler, qualora non aveste ancora visto i precedenti film, sia perché, come già detto, Eva non ruota intorno alla trama, ma intorno allo sviluppo dei personaggi ed al messaggio che Anno vuole dare agli spettatori, oltre al valore catartico che, per certi versi, ha avuto soprattutto la serie originale.
I personaggi, dicevamo: su tutti, ovviamente, il protagonista è ancora Shinji Ikari, il Third Children, il figlio di Gendo Ikari, vero motore di tutta la vicenda che riguarda lo scontro tra gli Angeli e gli Eva, ed il Progetto per il Perfezionamento dell’uomo. Shinji continua, così come nella serie madre, ad essere un avatar dello stesso Anno, nel quale l’autore riversa i propri pensieri, i tormenti legati alle relazioni con il prossimo, la disillusione e la disperazione. Ma, e questo è chiaro fin dal primo film di questa nuova serie, l’Hideaki Anno degli anni 2000 non è lo stesso degli anni ’90, e lo Shinji Ikari protagonista di questa tetralogia è altrettanto diverso, pur mantenendo caratteristiche di base simili. La differenza sta soprattutto nella reazione e nella comprensione, e nelle motivazioni che porteranno il ragazzo a compiere determinate scelte.
Non solo Shinji, ovviamente, ma anche e soprattutto Rei Ayanami e Asuka Langley: se la prima ottiene una forte umanizzazione, giungendo ad uno sviluppo caratteriale e di scrittura che non potrà far altro che commuovere i fan di vecchia data, abituati ad una Rei algida e distaccata per la maggior parte della propria esistenza, la seconda assurge a ruolo di co-protagonista negli ultimi due lungometraggi, con un alto minutaggio e soprattutto con uno sviluppo che prende le distanze dalla serie classica più di qualsiasi altro personaggio di questa tetralogia. Tra tutti i personaggi “classici” rivisti o riscritti o modificati in questa tetralogia, ne emerge uno completamente nuovo, introdotto nel secondo film della nuova saga e che, al netto di una scrittura scarna in termini puramente quantitativi, nel relativamente poco spazio concesso arriva a prendersi un ruolo che definire fondamentale è persino riduttivo: stiamo parlando ovviamente, per chi ha già visto il film, di Mari Illustrious Makinami.
Infine, ultimo ma non per importanza, Gendo Ikari, il personaggio che, probabilmente più di tutti, insieme ad Asuka, ottiene spessore rispetto a quanto visto in Neon Genesis Evangelion: il padre di Shinji, da semplice summa delle cause del dolore di Shinji nella serie degli anni ’90, si eleva a molteplici ruoli in questa tetralogia, passando da semplice “villain” (termine comunque da prendere con le pinze, perché in Evangelion non esistono i “cattivi”) a figura molto più complessa che, finalmente, spiega davvero le proprie ragioni, ragioni allo stesso tempo comprensibili ed umane ma egoiste e non curanti del resto del mondo. Un po’ come il primo Shinji, a ben pensarci, e potrebbe non essere un caso, conoscendo Anno, anzi.
Potremmo andare avanti con l’analisi di tutti i personaggi ma, così come la trama, lasciamo il piacere della scoperta e dell’interpretazione (perché si, non aspettatevi che Evangelion abbia una sola chiave di lettura) alla visione di questo splendido film: perché, prima di essere un punto di arrivo, la conclusione di una saga d’importanza leggendaria, Evangelion 3.0+1.01 Thrice Upon a Time è un film d’animazione che raggiunge livelli di qualità inauditi, a livello di scrittura, di regia, di scelte artistiche e, soprattutto, di colonna sonora.
Possiamo dividere Evangelion Thrice Upon a Time sostanzialmente in quattro atti, proprio come la stessa saga Rebuild: dopo un’introduzione della durata di alcuni minuti, in cui viene narrato un evento che poi si rivelerà fondamentale per tutta la vicenda, si passa ad un secondo atto, dal ritmo lento e dalle atmosfere bucoliche, che richiamano non troppo velatamente atmosfere da Studio Ghibli, un atto che racconta allo spettatore le conseguenze di quanto avvenuto nei film precedenti, riportando in scena alcune vecchie conoscenze e dando il via allo sviluppo narrativo e caratteriale di Rei, ma soprattutto riportando Shinji alla condizione che ridarà al ragazzo le motivazioni per scendere nuovamente in campo contro la minaccia rappresentata dalle azioni del padre e della NERV. Un atto che, come da tradizione di questa particolare suddivisione, sarà seguito da un’accelerazione.
Il terzo segmento, quindi, ci riporta nel vivo dell’azione, con una frenetica sequenza di combattimenti, scontri a base di esplosioni, corpo a corpo, cambi di scena rapidi e psichedelici, un’orgia di colori ed esplosioni, urla ed esagerazioni che farà esultare gli appassionati dell’animazione più estrema e dinamica e che, soprattutto, vede la resa dei conti finale tra i due “rivali” principali della saga. Ma, più di tutto, il terzo atto ci prepara per il gran finale, quello che tutti stavamo aspettando da ormai nove anni.
Il quarto atto, il gran finale, vede la risoluzione di tutti, o quasi, i punti in sospeso, con spiegazioni, riferimenti, easter egg, con la presa di coscienza definitiva dei protagonisti, Shinji su tutti, le decisioni che porteranno ad un finale che, pur richiamando quello di The End of Evangelion, ci mostra il cambiamento di Shinji e, di conseguenza, di Hideaki Anno: il ragazzo prenderà una posizione ben precisa ma, diversamente da quanto visto nel film che chiudeva la saga originale, la motivazione sarà più matura, con il giovane che ha capito finalmente, così come evidentemente ha fatto il suo creatore, che l’amore non va dato egoisticamente per ottenere qualcosa in cambio (nel caso di Shinji, il non essere solo), ma va concesso senza egoismo, e che battendosi tutti i giorni per le persone che amiamo, non saremo mai veramente soli. Da qui, la conclusione, ricca di una dolce amara sensazione di compimento, perché se è vero che abbiamo avuto un lieto fine, non lo abbiamo avuto per tutti, il percorso è stato complesso, ricco di sofferenza, ed il traguardo tanto agognato non cancella un passato doloroso, anche se ci da la speranza per il futuro.
Questo nuovo capitolo della saga degli Eva è, come dicevamo, visivamente strepitoso: dal character design alle animazioni, dalle ambientazioni che passano, mantenendo una qualità esorbitante, dal bucolico al disastrato al mistico al tecnologico, alle scelte in fatto di inquadrature, dai numerosi easter egg visivi, con rimandi a elementi già visti in precedenza, agli inserti live action, marchio di fabbrica di Anno, ogni elemento visivo del film è pressochè perfetto per quello che ci sta raccontando, per i cambi di ritmo ed i colpi di scena, e va a collocarsi, senza ombra di dubbio per chi vi scrive, in cima alle produzioni di Anno. Tutta la lunga sequenza finale, che potrebbe spiazzare, è una celebrazione, carica d’amore, di tutta la saga, in cui vediamo scene animate con varie tecniche, scene che richiamano la serie classica, bozzetti, live action, CGI, scene che arrivano da tutti i media con i quali è stata raccontata l’epopea degli Eva e degli Angeli. Vi assicuriamo che in questo film nulla, anche il più piccolo dettaglio, è lasciato al caso.
E se il comparto estetico è eccellente, è probabilmente impossibile dare un giudizio alla colonna sonora: la musica è importante per Anno e per Evangelion, e questo Thrice Upon a Time riesce nell’arduo compito di superare The End of Evangelion in qualità per quanto riguarda l’accompagnamento sonoro, gli effetti, le chicche nell’utilizzo delle tecnologie audio, l’incredibile alternanza tra classico e moderno, con passaggi da musica classica a pop a hard rock perfettamente azzeccati ed ispirati, con il colpo di coda di One Last Kiss di Utada Hikaru, che accompagna il finale con testo e musica che anche il più distratto troverà sinistramente e splendidamente legati al messaggio che arriva in concomitanza con il finale del lungometraggio.
E se dal punto di vista tecnico ci troviamo di fronte ad un’opera for the ages, persino la più splendida scena o immagine o canzone presente in Evangelion Thrice Upon a Time impallidisce di fronte alla profondità, all’amore, alla complessità che portano a conclusione una saga decennale che, prima di essere una serie animata, prima di essere un film, prima del manga e dei videogiochi e delle teorie e delle waifu wars internettiane, prima ancora di essere il fenomeno che non abbiamo esitato a definire la Divina Commedia dell’animazione giapponese, è la catarsi e la psicanalisi di Hideaki Anno, il messaggio che l’autore lancia, prima cercando la fuga e poi accettando l’amore e la difficoltà insita nell’aprirsi al prossimo, al mondo, ai fan, agli otaku, a se stesso. L’insicurezza di Shinji era l’insicurezza di Anno, e l’esclusione che Shinji imponeva a se stesso era la medesima di Anno e di migliaia di persone dipendenti dall’amore del prossimo, dalla ricerca malsana di attenzioni, che sia quella di Shinji o quella di Asuka, due facce della stessa medaglia, due varianti dello stesso punto di partenza. E, così come nella vita di ognuno di noi si cambia, si matura, si sbaglia, si accettano compromessi e si mette in discussione il percorso da noi affrontato, così Rebuild of Evangelion è, per moltissimi versi, il cambiamento di Hideaki Anno e, insieme all’autore, delle migliaia di persone che, chi più chi meno, si sono sentite come Shinji almeno una volta nella vita, senza mostri da combattere ma con difficoltà altrettanto mostruose e, soprattutto, reali.
Evangelion: 3.0+1.01 Thrice Upon a Time è la gloriosa conclusione di una delle opere più incredibili di sempre, un prisma che riflette le diverse luci di chi lo guarda, perché la saga creata da Hideaki Anno è, prima di tutto, uno specchio in cui ognuno potrà vedere immagini diverse a seconda della propria predisposizione e della capacità di introspezione. Così come Shinji è un avatar di Anno, lo spettatore potrà rivedersi nei diversi esseri umani che caratterizzano la saga degli Eva. Perché Evangelion è, molto semplicemente, la vita.
Evangelion: 3.0+1.01 Thrice Upon a Time, insieme a tutta la tetralogia di Rebuild of Evangelion, è ora disponibile su Amazon Prime Video. Di seguito il trailer del film:














