I Fratelli Sisters di Jacques Audiard | Recensione

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I Fratelli Sisters

Il western è morto. O forse no. In un’epoca in cui cinecomic la fanno da padroni, mietendo consensi ai botteghini impronosticabili fino a poco tempo fa, è quasi bizzarro pensare che, negli ormai lontani anni 60/70, fossero i cowboy a dominare il grande schermo.

Una dominazione finanche eccessiva, che portò le major dell’epoca a spremere il filone fino all’ultima goccia. Il genere western, però, non è mai defunto del tutto. I suoi stilemi hanno segnato una generazione di registi, che non mancano di citarli in opere dalle connotazioni anche molto diverse. Non stupisce dunque, in un film dichiaratamente commerciale come il terzo “Pirati dei Caraibi”, ritrovare una sequenza che è un palese omaggio al cinema di Sergio Leone. Timidamente, quasi di nascosto, il genere prosegue. Ne contamina altri. Oppure ritorna alle sue radici, che siano classiche oppure “spaghetti”.

I Fratelli Sisters, primo film in lingua inglese del regista Jacques Audiard, si inserisce in quest’ultimo solco, e lo fa con un’impronta decisamente personale. Gli scenari tipici del Vecchio West sono il quadro su cui si incastona il ritratto psicologico, meticoloso e approfondito, di due personaggi borderline. I fratelli Sisters del titolo, appunto, interpretati magistralmente da John C. Reilly (anche tra i produttori della pellicola) e Joaquin Phoenix. I Sisters sono i tipici cacciatori di taglie scavezzacollo e senza morale, che fanno di necessità virtù ed eseguono omicidi su commissione senza alcun coinvolgimento personale. Le situazioni talora sopra le righe in cui si ritrovano li rendono tutto sommato simpatici, nonostante gli atti criminosi che perpetrano. Eppure, per lunghi tratti della pellicola è difficile empatizzare completamente con loro. Ed è una scelta voluta. I fratelli Sisters, infatti, con la loro caratterizzazione fatta di luci ed ombre, si contrappongono a un’altra coppia, spiccatamente eroica, ricca di ideali e di speranze per il futuro: quella formata da Jake Gyllenhall e Riz Ahmed. Se il talento del primo è fuori discussione, stupisce Ahmed che, dopo avere interpretato il villain incolore di “Venom”, qui dimostra invece di essere un attore da tenere d’occhio, specie se utilizzato per interpretare personaggi dalla spiccata sensibilità.

L’investigatore di Gyllenhall e il chimico di Ahmed sono i protagonisti morali, uomini di virtù alle prese con il tracollo del Vecchio West e con l’emergere di un nuovo mondo, forse migliore. Protagonisti morali, certo, che però scompaiono per lunghi tratti della narrazione. Lo spazio maggiore è sempre dedicato alle vicende dei fratelli Sisters. E lentamente, dietro la loro scorza da duri, si fanno largo debolezze, timori, incertezze. Il personaggio di Phoenix, in apparenza leader carismatico del duo di pistoleri, soccombe alle sue fragilità, mentre il fratello Reilly, più bonario e forse affetto da ritardo mentale, diventa il motore trainante dei loro destini. Un percorso di evoluzione dipinto con grande classe da una regia puntuale, e che privilegia i primi piani a discapito delle panoramiche tipiche del genere, comunque presenti. In particolare colpisce la messa in scena delle sparatorie, che scoppiano in tutta la loro violenza talvolta all’improvviso, spiazzando lo spettatore, talvolta dopo una meticolosa costruzione tipica del genere. Se i dialoghi, soprattutto quelli tra i caratteri dichiaratamente positivi, fanno viaggiare la mente verso una dimensione calorosa e quasi “romantica”, lo spettro della morte incombe freddo e spietato, e riporta le avventure dei protagonisti a una dimensione terribilmente terrena, sporca e polverosa.

“I Fratelli Sisters”, tuttavia, non è un film cupo e intriso di pessimismo cosmico. Le tematiche trattate sono sì spesso crude, ma condite da uno humor nero che riesce a stemperarle, e restituisce umanità ai due mercenari. Umanità che traspare sempre più, fino a renderli veri e propri anti-eroi, intenti a trovare un senso alle loro esistenze travagliate e costellate da traumi pregressi e futuri. Un film pienamente godibile, dunque, che però viene funestato da una virata brusca e improvvisa, un picco drammatico talmente eccessivo da risultare grottesco, che esplode in modo forzato e impone un brusco stop alla progressione narrativa della vicenda. Intere sottotrame vengono azzerate, a favore di un nuovo inizio sicuramente interessante per quanto riguarda il destino dei Fratelli Sisters, ma che manda a monte il pathos costruito fino a quel momento. Scelta di sceneggiatura legittima, una rottura delle regole che spiazza e che dona identità a una pellicola che, fino a quell’istante, stava procedendo su binari sì molto interessanti, ma anche abbastanza canonici. Eppure, ciò che segue non è all’altezza delle premesse. Un vero peccato, perché sarebbe stato possibile raggiungere lo stesso risultato senza privilegiare a tutti i costi un gusto sovversivo sicuramente coraggioso, ma poco appagante.

I Fratelli Sisters dunque, arriva al traguardo zoppicando, dopo una corsa sicuramente interessante e ricca di elementi positivi, ma che disattende le aspettative proprio sul più bello.