[Recensione] The Predator di Shane Black – La caccia si è evoluta

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The Predator

The Predator, quarta pellicola della saga cinematografica, è un film del 2018 diretto da Shane Black, regista che aveva recitato nel film del 1987 con Arnold Schwarzenegger che ha dato avvio alla saga, ovvero Predator di John McTiernan.

Il tiratore scelto Quinn McKenna, impegnato in una missione in Messico, si trova improvvisamente di fronte a un Predator, riuscendo a impadronirsi del suo casco e di un copri braccio. Quest’ultimo viene inviato al proprio domicilio come prova dell’incontro con l’alieno. Quando il pacco arriva, il figlio autistico Rory lo apre e mette accidentalmente in funzione un dispositivo che innesca il ritorno degli alieni sulla terra. Ora i letali cacciatori sono ancora più forti e intelligenti, essendosi implementati geneticamente con il DNA di altre specie. Un gruppo di ex marine e Casey Bracket, una delusa professoressa di scienze, cercheranno di affrontare i Predator e impedire la fine della razza umana.

Shane Black porta sullo schermo il quarto capitolo di una saga ormai caduta un po’ di disgrazia, cercando con il suo ormai classico black humor di ringiovanirla e riportarla ai fasti del primo film. Il prodotto riesce solo in parte nel suo intento, e crolla verso l’ultima confusa e poco accattivante parte del film.

Nonostante la ventata di aria fresca portata da Black, dal suo ormai classico stile comico e l’inserimento di situazioni famigliari complicate il film non riesce a spiccare il volo come meriterebbe. L’umanità introdotta dalla famiglia McKenna e dal gruppo di pazzoidi, i militari che aiuteranno Quinn nell’impresa di salvare il mondo, ma viene mitigata dal frettoloso finale che non rende giustizia a tutti i personaggi e alla loro caratterizzazione. Alcuni di quelli che sembrano essere i protagonisti perdono mordente nell’avanzare della narrazione e risultano di poco spessore.

La biologa interpretata da Olivia Munn, che sembrava essere la coprotagonista del film ed essere il lato “intelligente” di Quinn, si svela poi essere un altro personaggio prestato alla violenza perdendo gran parte del suo fascino scientifico. Alfie Allen è il meno interessante dei Pazzoidi, viene presentato pochissimo e ha uno spazio estremamente ridotto, tanto che ad un certo punto ci si dimentica della sua presenza. Yvonne Strahovski interpreta la moglie di Quinn McKenna, e nonostante un chiaro tentativo di mostrare una donna indipendente e sicuramene non da sottovalutare non riesce mai davvero ad incidere nelle sue poche scene. I personaggi che sono più incisivi oltre a McKenna e al giovane figlio sono sicuramente “Nebraska” Williams che come leader del team di pazzoidi riesce ad incidere maggiormente sullo schermo grazie anche al rapporto che si crea con Quinn, i due infatti formano quasi sempre coppia nelle scene comiche e in quelle action. Le coppie comiche però sono ben più di una, infatti anche Nettles, un altro membro del team, instaura un rapporto con la biologa e nel tentativo di approcciarsi a lei c’erano diverse scene che fanno sorridere. Sicuramente però il vero duo comico è composto dai personaggi di Keegan Michael Key e Thomas Jane che si prendo spesso possesso della scena con il loro rapporto conflittuale che genera molte delle gag più riuscite del film. Nonostante tutto però il finale chiarifica il ruolo di questi personaggi, sono infatti i gruppo di supporto di McKenna e niente di più. La loro profondità iniziale si perde, la loro ricerca di redenzione verso se stessi e verso la società non riesce a spiccare come Black aveva probabilmente pianificato all’inizio della pellicola.

Quinn McKenna protagonista del film è un personaggio che non spicca particolarmente per la scrittura ma spicca per l’ottima interpretazione di Holbrook che riesce a dare una chiara caratterizzazione ad un personaggio piuttosto piatto. L’attore da un tono di uomo rassegnato a qualsiasi cosa tanto che non si scompone nemmeno alla scoperta dell’esistenza degli alieni.

Il giovane figlio è interpretato dall’ormai baby star Jacob Trembley che si dimostra essere davvero una promessa della Hollywood contemporanea. Calato benissimo in un ruolo assolutamente non facile, riesce a dargli una spiccata personalità che lo rende probabilmente uno dei personaggi più interessanti della pellicola. Spesso riesce a rubare facilmente la scena agli adulti, il giovane McKenna diventa un coprotagonista estremamente riuscito che non scade mai in banalità che il ruolo tenderebbe a dare. Interessantissima anche l’interpretazione di Sterling Brown che riesce a rendere il suo personaggio amorale uno dei più riusciti del film.

In un film di Predator non può mancare l’alieno della razza Yautja che ammazza e da la caccia a dei miseri esseri inferiori, in questo caso gli umani. Qui però le cose si fanno più complicate, l’alieno non è il solito cacciatore. Forse l’azzardo di Black di cambiare e aggiungere caratterizzazione alla letale razza aliena non piacerà molto ai fan più incalliti, soprattuto perché nel finale le cose si fanno molto veloci e approssimative tanto da rendere quasi insignificante tutta la prima parte di trama.

La scelta di usare poca CGI e molto trucco vecchio stampo rende giustizia al film e al tentativo di Black di fare qualcosa che non sia solo un banale seguito della sega. Il film vuole dare l’impressione di non dover dipendere dai vecchi fasti ma di non voler dimenticare le sue radici dando vita ad un Predator reale e non computerizzato. Il risultato rimane molto valido, spesso anche iconico in molte sequenze urbane della prima parte. Anche qui però il tentativo si perde nel finale dove ancora una volta la fretta va ad intaccare il lavoro di Black, la CGI prende il sopravvento e non sempre è al meglio.

Shane Black fa un egregio lavoro nonostante gli errori, principalmente convogliati nel finale. Una regia per gran parte ottima e chiaramente iconica del regista riesce per trequarti del film a portare sullo schermo un film di intrattenimento su più aspetti, che in parte da nuova linfa ad una saga che si è persa negli anni novanta. Un finale purtroppo non all’altezza rovina in parte un film che poteva essere molto positivo, trasformando il lavoro di Black in un film sufficiente e dall’alto coefficiente di intrattenimento. Interessante anche l’inserimento di un personaggio che fa quasi da Easter Egg: il dottore Keyes è palesemente il figlio del personaggio interpretato da Gary Busey in Predator 2.