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Saint Seiya

Saint Seiya: I Cavalieri dello Zodiaco – Uno spreco di Cosmo | Recensione

  • di Andrea Barone
  • 26 Luglio 2019
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Il 19 luglio è arrivata su Netflix Saint Seiya: I Cavalieri dello Zodiaco, remake della serie animata adattamento di uno dei più celebri battle shonen giapponesi degli anni ’80.
Le vicende di Saint Seiya, per i pochi che non conoscessero il manga di Masami Kurumada o la famosissima serie animata, seguono le avventure di un gruppo di Cavalieri dello Zodiaco (in originale si chiamerebbero Saint, ma la traduzione internazionale ha adottato un più comune “Cavalieri”), dediti al servizio della Dea Atena, ed intenti a combattere le minacce provenienti dal Grande Tempio, controllato da forze malvagie e, successivamente, dalle due divinità rivali di Atena, Poseidone e Hades. I protagonisti principali dell’opera originale, ma anche di questo nuovo adattamento (seppur con qualche differenza, che analizzeremo in seguito) sono Seiya, Cavaliere di Pegasus, Shiryu del Dragone, Hyoga del Cigno, Shun di Andromeda e Ikki della Fenice, conosciuti in italiano con i nomi di Pegasus, Sirio il Dragone, Crystal il Cigno, Andromeda e Phoenix. I cinque giovani Cavalieri affronteranno, come da tradizione del battle shonen manga, avversari sempre più potenti e minacciosi, utilizzando i propri colpi segreti e indossando le armature distintive delle relative costellazioni.
Il fulcro del potere dei Cavalieri è il Cosmo, un’energia presente in ogni essere vivente e non solo, ma che solo i Cavalieri sono in grado di utilizzare e di far “bruciare”, replicando l’energia che ha dato vita al Big Bang per eseguire azioni impossibili ai normali esseri umani.

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La nuova serie, prodotta da Toei Animation e distribuita da Netflix, cerca di prendere lo storico adattamento animato del manga e di svecchiarne alcuni aspetti, rendendolo più fruibile per una nuova generazione di spettatori, ed è da questo preciso intento che hanno inizio i problemi.
Andiamo con ordine: Toei ha deciso di puntare, innanzitutto, su una serie in computer grafica, anziché un classico anime, proprio per puntare ad un target più giovane che, secondo diversi studi statistici, tende ad apprezzare maggiormente prodotti in CGI  rispetto all’animazione “classica”, in quanto più simili visivamente ai videogiochi. Ne sono un esempio lampante serie come Trollhunters e 3 in mezzo a noi: I racconti di Arcadia; inoltre, per rendere forse più moderno il prodotto, ha apportato alcune modifiche sostanziali alla trama e ad alcuni dei personaggi. L’esempio più lampante, che ha creato la maggior parte delle polemiche prima della distribuzione della serie, riguarda il cambio di sesso di uno dei protagonisti, Shun di Andromeda, diventato una ragazza, di nome Shoun. La scelta, operata dal soggettista Eugene Son, ha ovviamente generato un’ondata di sdegno e polemiche, poiché travisa completamente la natura stessa del personaggio.

Shun è, infatti, nell’opera originale, un ragazzo dai modi gentili e dalle fattezze vagamente femminili, per un motivo ben preciso: è il “contenitore” che Hades, il Dio della Morte, ha scelto come corpo in cui rinascere per prepararsi alla nuova Guerra Sacra contro Atena. Inoltre, i Saint, nell’opera originale, sono tutti ragazzi, in quanto alle donne, qualora riuscissero nell’intento di superare l’allenamento (come nel caso di Marin/Castalia, maestra di Seiya, o di Shaina/Tisifone, rivale del protagonista), è sempre stato imposto l’obbligo di indossare una maschera che ne celasse il volto. In questo nuovo adattamento, invece, abbiamo ben due Cavalieri donna senza maschera, Shoun di Andromeda e Tisifone, con quest’ultima resa con un aspetto piuttosto ridicolo, che ricorda vagamente Phyllis “Pizzazz” Gabor, la rivale di Jem nella serie Jem e le Holograms. Ma, incredibile a dirsi, questo cambio di sesso e questa variazione ad uno dei cardini dell’opera non sono assolutamente il problema maggiore di questa nuova versione di Saint Seiya, anzi.

Saint SeiyaI due veri problemi di questo nuovo Saint Seiya sono da ricercarsi nella realizzazione tecnica e nella narrazione. Partendo da quest’ultima, saltano all’occhio due fondamentali difetti: nei soli 6 episodi rilasciati, che coprono gli eventi fino al primo scontro con Phoenix, il ritmo è totalmente assente, la trama è ridotta all’osso, i combattimenti durano pochissimi minuti, ed il tutto sembra un “riassunto del riassunto” di quanto visto nella serie degli anni ’80. Un esempio clamoroso è sicuramente il combattimento tra Pegasus e Dragone, risolto in pochissimi colpi, con la semplice ripetizione dei super colpi dei due combattenti, divisi da un flashback legato all’addestramento del cavaliere dall’armatura color smeraldo. E ancora, lo scontro con Phoenix e i Cavalieri Neri, ridotto agli ultimissimi minuti dell’episodio finale. Nel giudizio negativo pesano anche i Cavalieri Neri, che nell’anime originale erano versioni “oscure” dei Saint protagonisti, ridotti in questa nuova serie a degli anonimi, tranne uno, aspiranti cavalieri potenziati con la tecnologia, e dall’aspetto che ricorda vagamente Bane, uno dei nemici di Batman.

Ancora peggio della narrazione è sicuramente la realizzazione tecnica, sulla quale occorre spendere un bel po’ di parole. Il design dei personaggi, ad opera di Terumi Nishi, è altalenante, con alcuni Cavalieri realizzati in maniera soddisfacente, come Aiolia/Ioria, Cavaliere d’Oro del Leone che appare nei primissimi minuti della serie, o lo stesso Phoenix che, complice l’armatura visivamente più bella anche nella serie originale, risulta decisamente ben realizzato. Piuttosto anonimo Hyoga/Crystal, discreti Shiryu/Sirio e Shoun/Andromeda, decisamente pessima Saori/Isabel, la reincarnazione della Dea Atena, forse il peggior personaggio per aspetto e caratterizzazione.

Sul protagonista Seiya, il discorso è ancora più complesso perché, se da un lato il design dell’armatura di Pegasus è decisamente buono, dall’altro il personaggio è quello che, sia nelle fattezze che nell’animazione, risulta tra i più anonimi e deludenti.
Il principale difetto dell’animazione è che, qualitativamente, per quanto riguarda la dinamicità delle scene e la cura dei dettagli, ci troviamo di fronte ad un prodotto che si attesta su livelli di assoluta mediocrità, con qualche sussulto positivo in pochi frangenti, come il racconto di Alman di Thule nel primo episodio, realizzato con uno stile pittorico particolarmente ben riuscito, e le classiche rappresentazioni delle costellazioni che appaiono alle spalle dei Cavalieri quando utilizzano i propri colpi segreti. In questo ambito, particolarmente piacevoli sono il Colpo Segreto del Drago Nascente di Sirio e le Ali della Fenice di Phoenix, ma stiamo parlando di pochi secondi a fronte di alcune ore di serie animata.

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Decisamente discutibile anche l’adattamento, sia quello americano che quello italiano. Non è stato reso disponibile alcun doppiaggio giapponese, per cui l’analisi dell’adattamento si riferirà alle scelte fatte in inglese e nella nostra lingua: il gravissimo errore commesso è stato quello di fondere nella stessa opera alcuni nomi originali ed altri provenienti dai vecchi adattamenti ad altri ancora totalmente nuovi, avendo così un improbabile mix dove troviamo Seiya, Sirio, Isabel e Nero (Phoenix). La scelta del cast di doppiatori fa parecchio discutere, poiché quasi tutti i doppiatori della versione italiana sono gli stessi della vecchia edizione, con alcune eccezioni, ma le voci dei bravissimi Ivo De Palma e Marco Balzarotti, per citarne due, sembrano oggi decisamente inadatte a caratterizzare personaggi adolescenti. Un ulteriore aspetto discutibile, sempre legato alla natura mista dell’adattamento, è la mancata traduzione dei nomi dei super colpi dei Cavalieri: sarebbe anche ora, nel 2019, che si potessero sdoganare i vari Pegasus Ryu Sei Ken e Rozan Shoryu Ha, visto che il pubblico è ormai abituato a sentire nomi giapponesi. O, almeno, che si scegliesse una linea guida e si portasse avanti un adattamento coerente.

Dal punto di vista della colonna sonora, ci ritroviamo nuovamente nella mediocrità e nell’anonimato per quanto riguarda la serie, mentre le sigle di apertura e di chiusura sono decisamente piacevoli. L’opening, “Pegasus Seiya”, realizzata dalla band inglese The Struts, altro non è che una nuova versione della meravigliosa Pegasus Fantasy dei giapponesi Make-Up, mentre l’ending, “Something New”, sempre degli Struts, è probabilmente la parte migliore di tutta la produzione, il che è tutto dire.

In sostanza, questa nuova incarnazione di Saint Seiya riesce a prendere un’opera già non eccellente e peggiorarne i difetti, senza esaltarne i pregi: il pathos dei combattimenti totalmente assente, una realizzazione tecnica che va dal pessimo all’anonimo, la voglia di modernizzare un’opera di oltre trent’anni fa, lecita ed apprezzabile, che porta tuttavia a scempi narrativi e di caratterizzazione dei personaggi, rendono questa nuova serie di Toei Animation un autentico disastro, uno spreco di Cosmo ed un prodotto che non farà felici i fan di vecchia data, ma che non attirerà nemmeno nuovi potenziali fruitori. L’unica speranza è che, con l’avanzare della serie, che anche in origine migliorava dopo il primissimo arco narrativo, si possa vedere qualche miglioramento, almeno a livello narrativo.

Saint Seiya: I Cavalieri dello Zodiaco

Questa nuova incarnazione di Saint Seiya riesce a prendere un'opera già non eccellente e peggiorarne i difetti, senza esaltarne i pregi: il pathos dei combattimenti totalmente assente, una realizzazione tecnica che va dal pessimo all'anonimo, la voglia di modernizzare un'opera di oltre trent'anni fa, lecita ed apprezzabile, che porta tuttavia a scempi narrativi e di caratterizzazione dei personaggi, rendono questa nuova serie Toei Animation un autentico disastro, uno spreco di Cosmo ed un prodotto che non farà felici i fan di vecchia data, ma che non attirerà nemmeno nuovi potenziali fruitori. 
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