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  • C’era una volta a Hollywood di Quentin Tarantino | Recensione
C’era una volta a Hollywood

C’era una volta a Hollywood di Quentin Tarantino | Recensione

  • di Marco Travicelli Sciarra
  • Settembre 17, 2019
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Dopo una lunga attesa e le solite, enormi aspettative nei confronti delle pellicole del regista di Pulp Fiction, C’era una volta a Hollywood, l’attesissimo nuovo film di Quentin Tarantino, è finalmente giunto nelle sale cinematografiche. Si tratta della nona pellicola del cineasta statunitense, che con questo film decide di onorare il cinema hollywoodiano, in particolar modo quello degli anni ‘60.
Il film vede protagonisti Leonardo DiCaprio, Brad Pitt e Margot Robbie, e si presenta sin da subito come una pellicola diversa dalle solite opere di Tarantino, molto più riflessiva e ponderata che conclude, per stessa ammissione di Quentin Tarantino, la trilogia iniziata con Bastardi Senza Gloria e proseguita con Django Unchained.

Ambientato nella Los Angeles del 1969, il film segue la vita di Rick Dalton (Leonardo DiCaprio), un attore arrivato al successo grazie a una serie televisiva western degli anni Cinquanta ed alcuni film azzeccati, e Cliff Booth (Brad Pitt), la controfigura di Dalton. I due stanno cercando di farsi un nome all’interno dell’industria cinematografica, in una Hollywood ormai diventata a loro estranea. Dalton teme che la sua carriera possa essere arrivata al capolinea, mente Cliff fa fatica a trovare nuovi lavori, dopo che si sono diffuse diverse voci sul suo conto. In parallelo alla loro storia abbiamo quella della bellissima attrice emergente Sharon Tate (Margot Robbie), moglie di Roman Polanski e nuova vicina di casa di Dalton. Sullo sfondo di questi eventi ci sono i delitti perpetrati dalla setta di Charles Manson, che avranno in Sharon Tate una delle vittime più illustri della Manson Family.

Come detto in apertura, C’era una volta a Hollywood è un film decisamente diverso da quanto realizzato precedentemente da Tarantino, e potremmo definire questa sua diversità sia un pregio che, parzialmente, un difetto, come spiegheremo più avanti. Quasi tutta la pellicola è un enorme atto d’amore nei confronti del cinema degli anni ’60, un gioiello di scenografia, costumi, citazioni, ricostruzioni di fatti reali, sapientemente mescolati ad adattamenti di fatti e persone realmente esistite.  Tarantino si diverte ed esalta nel raccontare (ed omaggiare) il cinema con cui è cresciuto, cercando di trasmettere quella passione cinefila sfrenata che lo ha fatto diventare il regista che tutti conosciamo. Tarantino approfitta delle vicende raccontate per mostrare le difficoltà del mondo del cinema e degli attori che combattono per raggiungere la vetta e rimanerci, il dualismo tra attore e controfigura, le enormi differenze tra classi sociali, mostrate nella fattispecie dai membri della Manson Family e da Cliff Booth, e la trasformazione di Hollywood nel mondo sfarzoso, ricco di festini e di lusso che conosciamo.

I personaggi di C’era una volta a Hollywood, sia principali che secondari, sono ottimamente scritti, caratterizzati ed interpretati ed hanno dialoghi di livello assoluto: su tutti spicca Leonardo DiCaprio, qui in una delle sue performance migliori, capace di spaziare tra i vari stati d’animo e sentimenti di un attore in crisi anche all’interno della singola scena. Decisamente sugli scudi anche Brad Pitt, che interpreta il personaggio forse meglio scritto, che mostra al meglio il dualismo tra attore e controfigura di cui parlavamo prima: se da un lato, infatti, l’attore è qualcuno che finge, che interpreta una persona diversa e si basa su una sceneggiatura scritta da altri, la controfigura è sempre se stesso, viene pagato per fare quello che sa fare, che siano inseguimenti, scene rischiose, non interpreta una parte, ma interpreta se stesso. Inoltre, proprio il personaggio di Booth rappresenta alla perfezione il tema dell’enorme distanza tra le classi sociali di Los Angeles: Cliff non appartiene infatti al mondo di Hollywood, non è un attore, è un povero che ha saputo sfruttare a proprio vantaggio il proprio talento e la fama altrui, tanto che lo vediamo partecipare sia alle situazioni di sfarzo, ai festini, agli incontri con le celebrità, sia nella sua vita “reale” di uomo non ricco, che vive in una roulotte insieme al proprio cane. Insieme a Booth, la tematica dell’enorme dualismo sociale tra classi nella Los Angeles di quegli anni è rappresentata dai membri della Manson Family, persone alla deriva, abbandonate dalla società, che diventano facili vittime di abili manipolatori come il suddetto Charles Manson.

Infine, tra i protagonisti, un’ottima Margot Robbie nei panni di Sharon Tate, moglie di Roman Polanski e vittima della violenza della setta di Manson: l’attrice ha un minutaggio decisamente inferiore a quello dei due colleghi, ma adempie alla grande al proprio compito, interpretando la celebre moglie del regista, nota per le tristi vicende legate alla sua morte. Sharon Tate rappresenta l’esatto opposto di Dalton, attore sul viale del tramonto, laddove la Tate è l’emblema della giovane attrice che si affaccia al grande mondo di Hollywood. Tra i comprimari, ci sentiamo di elogiare particolarmente la performance di una superstar come Al Pacino, protagonista di uno dei dialoghi migliori della pellicola.

Se, però, dal punto di vista registico e attoriale, il film è assolutamente fantastico ed è sicuramente tra i migliori, se non il migliore, realizzati da Tarantino, dall’altro abbiamo quella che, senza mezzi termini, possiamo definire una delle trame più deboli tra quelle dei film scritti e diretti dal regista. In primis, la maggior parte del film è dedicata, come già detto, alla celebrazione del cinema dell’epoca, lasciando solo la parte finale agli eventi davvero “di trama”, con una divisione che sembra troppo netta e che potrebbe straniare gli spettatori, che probabilmente si recheranno al cinema desiderosi di vedere un film “alla Tarantino”, rimanendone sostanzialmente delusi. Il ritmo del film, fino alla mezz’ora finale in cui le vicende entrano nel vivo, è molto lento, e tutta la trama viene “sacrificata” a favore della celebrazione dell’arte cinematografica e del mondo di Hollywood. Insomma, qualcosa di molto diverso dai precedenti lavori del regista, che hanno sempre avuto in comune una trama molto votata alla narrazione, che portava lo spettatore ad appassionarsi alle vicende dei protagonisti e a voler vedere, sostanzialmente, “come andrà a finire”. Tutto questo è decisamente latitante nelle prime due ore di C’era una volta a Hollywood: il film compensa però con degli ottimi dialoghi, con le molte tematiche affrontate e, come già detto, con una scenografia, una fotografia ed un montaggio di livello pazzesco, e prove attoriali a dir poco eccelse, ma sicuramente non tutti gli spettatori potranno uscire soddisfatti dalla visione del film.

In sostanza, C’era una volta a Hollywood è una pellicola in cui troviamo un Tarantino diverso dal solito, che potremmo definire ai massimi della sua maturazione artistica, che infonde tutto il proprio amore per il cinema che ha così tanto amato da spingerlo a farne una professione, ed in cui spiccano due attori, Leonardo DiCaprio e Brad Pitt, alle prese con una performance di grandissimo livello, il tutto sullo sfondo di un periodo storico controverso ed affascinante. Tecnicamente un vero e proprio gioiello che farà sicuramente gioire gli amanti di un certo tipo di cinema, la pellicola ha nella narrazione decisamente debole e lenta il vero difetto, con il conseguente rischio che chi si recherà al cinema alla ricerca di un film alla Bastardi Senza Gloria possa rimanerne deluso.

C'era una volta a Hollywood

C'era una volta a Hollywood è una pellicola in cui troviamo un Tarantino diverso dal solito, che potremmo definire ai massimi della sua maturazione artistica, che infonde tutto il proprio amore per il cinema che ha così tanto amato da spingerlo a farne una professione, ed in cui spiccano due attori, Leonardo DiCaprio e Brad Pitt, alle prese con una performance di grandissimo livello, il tutto sullo sfondo di un periodo storico controverso ed affascinante. Tecnicamente un vero e proprio gioiello che farà sicuramente gioire gli amanti di un certo tipo di cinema, la pellicola ha nella narrazione decisamente debole e lenta il vero difetto, con il conseguente rischio che chi si recherà al cinema alla ricerca di un film alla Bastardi Senza Gloria possa rimanerne deluso.
8.5
Splendido
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