April 20, 2018
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I Migliori 25 Film del 2017

  • da Marcello Martinotti
  • 31 dicembre 2017
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Austerlitz

Austerlitz è la nuova pellicola del regista ucraino Sergei Loznitsa. Distribuito in sala a gennaio 2017 in occasione della Giornata della Memoria, si tratta di un documentario estremamente particolare fortemente votato ad un carattere contemplativo, privo di voce narrante, composto di una serie di piani-sequenza a camera fissa. Il film segue i visitatori del campo di Sachsenhausen lungo il percorso di visita, che inizia e finisce di fronte al cancello con l’iscrizione Arbeit Macht Frei.

Loznitsa ha effettuato lunghissime riprese, lasciando da sola, in funzione, la macchina da presa, ha poi lavorato in studio di montaggio per completare questa sua opera. Non è il caso di parlare di “sequenze”, dal momento che i tagli prescindono quasi sempre da un’azione con un inizio, uno svolgimento e una fine, ma più di una collezione di frammenti. Austerlitz è un film/documentario che non dice e non dichiara nulla, ma si limita ad osservare per lasciare i giudizi allo spettatore. Quando si tratta di Olocausto e cinema, sembra non ci si possa astenere dal porsi la questione etica sui limiti della rappresentabilità di questo evento che è irrapresentabile: con Austerlits Loznista aggira e trasla la questione, con la macchina da presa si sposta alla miriade di dispositivi impugnati da persone che non sembrano porsi alcuna remora a farsi ritratti e selfie, a mettersi in posa di fronte alla scritta “Arbeit Macht Frei” o ai forni crematori. Un film crudo e forte, che appunto non ha necessità delle parole per rappresentare quello che secondo il regista è uno stupro di questi luoghi, dove le persone sono più intente a immortalare la loro presenza che a meditare sul vero significato, forse ormai scomparso. Sottolinea la nuova estetica dei selfie, il sorriso ebete sullo sfondo della tragedia e del dolore. Una pellicola che vuole essere un tornado e vuole scuotere nel profondo lo spettatore, sicuramente di difficile visione e non di facile comprensione è una delle produzioni più validi del 2017, finita troppo presto nel dimenticatoio. Un documentario che andrebbe fatto vedere e rivedere per educare e rieducare le persone sull’importanza dei campi di concentramento e su quello che sono stati e che rappresentano.


Manchester by the sea

Manchester by the Sea

Manchester by the Sea di Kenneth Lonergan è stato sulla bocca di tutto per abbastanza tempo da considerarlo uno dei film più discussi del 2017, ma è anche uno dei migliori. Il film segue Lee Chandler(Casey Affleck), un custode e tuttofare che conduce una vita solitaria a Boston, la sua vita sarà però messa sottosopra dalla responsabilità del nipote, Patrick, di cui ora è tutore dato che il fratello è morto. Lonergan che prima di essere un regista è anche uno sceneggiatore, scrive una sceneggiatura convincente e perfetta sotto tantissimi aspetti, come l’utilizzo in parte ugualmente significativa di dialoghi potenti e silenzi glaciali, che spesso trasmettono più delle sole parole. La regia che impiega Lonergan funziona sopratutto perché è pulita e distaccata, non giudica nessun personaggio, ti mostra solo le loro scelte, siano esse giuste e sbagliate, senza prendere nessuna parte. Altro punto forte della pellicola è il montaggio che sapientemente riesce a colmare, ma anche nascondere punti della trama che spesso hanno a che fare con il personaggio interpretato da Affleck. Ma non solo l’apparato tecnico è fantastico, anche il cast fa un lavoro eccelso, tutti da Casey Affleck a Michelle Williams, passando per Lucas Hedges. Manchester by The Sea è un film sul lutto, che però non ha macchiette al suo interno quanto più personaggi vivi e vibranti, che sono visivamente scossi e che possono entrare anche in sintonia con lo spettatore. Un potentissimo Slice of life che dovrebbero vedere tutti. 

→ Per saperne di più su questo film vi rimandiamo alla nostra recensione: [Recensione] Manchester by The Sea – Sguardi e Silenzi che valgono più di mille parole


Shin Godzilla

Ennesima trasposizione del mostro più famoso della storia del cinema. Tutta giapponese, Shin Godzilla è un film scritto e diretto da Hideaki Anno, il papà di Neon Genesis Evangelion. Con lui collabora alla regia Shinji Higuchi, anche realizzatore degli effetti speciali. Il film è la trentunesima pellicola della saga di Godzilla e la ventinovesima prodotta dalla Toho Company, tredici anni dopo Godzilla: Final Wars. A differenza delle precedenti produzioni della Toho, non è un seguito del film originale del 1954, ma un vero e proprio reboot. Godzilla è nato come rappresentazione della paura nucleare dopo i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki. Oggi è invece una chiara metafora dell’inadeguatezza del governo giapponese ad affrontare le emergenze, critica ben strutturata per gli eventi del 2011 che hanno portato alla conseguente crisi di Fukushima. Nonostante il mostro sia ancora atomico e incarnazione delle paure delle radiazioni, Anno e Higuchi si spostano sulla reazione del suo arrivo. Il film per la gran parte della sua durata è ambientato attraverso gli uffici dei burocrati e dei politici per mostrare come l’incapacità di prendere decisioni rapide possa costare molto in termini di vite umane e impatto ambientale. Shin Godzilla è un’opera di satira politica lucidissima nascosta all’interno di un film di mostri giganti.

Non mancano comunque le scene di distruzione della città, molto belle e molto suggestive, dove il mostro viene per la prima volta creato in computer grafica, ma con l’utilizzo motion capture per lasciargli comunque le movenze naturali. Le scene catastrofiche sono indubbiamente una gioia per gli occhi e la grande passione per la musica classica di Anno, gli permette di creare dei momenti di cinema indelebili nella mente dello spettatore.

→ Per saperne di più su questo film vi rimandiamo alla nostra recensione: [Recensione] Shin Godzilla – Una Nazione ai suoi piedi


Arrival

arrival

C’è chi potrebbe dire che siamo fissati con Denis Villeneuve, ma non possiamo farci niente se è uno dei registi più talentuosi degli ultimi anni. Arrival, è un film basato su uno dei racconti di Ted Chiang di Storie della Tua Vita, e vede un evento straordinario al centro l’apparizione di 12 astronavi a forma di guscio in giro per il mondo, senza un obbiettivo dichiarato e quindi toccherà alla dottoressa Louise Banks (Amy Adams) e la sua squadra decifrare la lingua degli alieni, nella squadra figurano anche il fisico Ian Donnely (Jeremy Renner) e il Colonnello Weber(Forest Whitaker), che reclutò la Banks in primo luogo e sullo sfondo ci viene dipinto il mondo finalmente unito sotto un unico obbiettivo. Il film non dà nulla per scontato, non dà per scontato conoscenze pregresse dello spettatore ma semmai dà per scontato che sappia osservare; infatti più che un’attenzione alla sceneggiatura, Villeneuve si dedica con attenzione alla messa in scena, nella sua totalità, ha un occhio di riguardo alle scenografie, ma anche alle musiche che fanno un ottimo lavoro nell’accompagnare ogni singola azione dei personaggi, ma non solo. Arrival è oltre ad essere un film di fantascienza, è anche un film molto emotivo, quindi la musica si adegua di conseguenza e assistiamo a dei “concerti” che ci immergono nella pellicola e ci fanno provare emozioni, come non le abbiamo mai provate in un film con gli alieni. Alla fine di tutto pensi e ripensi al film, ma non pensi all’apparato fantascientifico quanto alle emozioni che il film ti ha fatto provare, pensi alla potenza delle interpretazioni e ti chiedi cosa c’è di più meraviglioso di un film che riesce a prenderti tanto con soluzioni tanto semplici quanto efficaci ed eleganti, un grande esempio di cinema che arriva da un posto imprevedibile. Assolutamente da recuperare. 

→ Per saperne di più su questo film vi rimandiamo alla nostra recensione: [Recensione] Arrival – Fantascienza Emotiva


Scappa- Get Out

get out scappe

Opera prima di Jordan Peele, Get Out è un thriller più che un horror. La trama è semplice, quasi elementare: la bella Rose (Allison Williams), convince il fidanzato di colore Chris (Daniel Kaluuya) a passare il fine settimana dai suoi, per farli conoscere. Nonostante la iniziale riluttanza e scoraggiato dall’amico Rod (Lil Rel Howery), il ragazzo accetta. Ma una volta giunto a destinazione non ci metterà troppo a capire di aver fatto la scelta sbagliata.

Scappa – Get Out non è un film che vuole spaventare lo spettatore, ma è una pellicola arguta che nasconde, tra le assurde vicende che capitano al protagonista, una satira sociale piuttosto incisiva su un tema estremamente caldo negli Stati Uniti. Tanti i temi che vengono affrontati in questa pellicola sulla situazione della black community americana, dalla ipocrisia (anche chi vota Obama non è escluso dal razzismo) alla sfiducia che hanno gli afroamericani nelle forze dell’ordine. Una nuova forma di razzismo sociale viene rappresentata, più mascherata e più radicata di quella più evidente. I Richiami al genere classico horror sono forti, soprattutto ai primi zombie movie di Romero, ma Peele sorprende e riesce nell’intento di portare sullo schermo un film che si rifà al vecchio ma che risulta nuovo allo stesso tempo.

→ Per saperne di più su questo film vi rimandiamo alla nostra recensione: [Recensione] Scappa – Get Out , Il Debutto di Jordan Peele


La Tartaruga Rossa

Scampato a una tempesta tropicale e spiaggiato su un’isola deserta, un uomo si organizza per la sopravvivenza. Sotto lo sguardo curioso di granchi insabbiati esplora l’isola alla ricerca di qualcuno e di qualcosa. Qualcosa che gli permetta di rimettersi in mare. Favorito dalla vegetazione rigogliosa costruisce una zattera, una, due, tre volte. Ma i suoi molteplici tentativi sono costantemente impediti da una forza sotto marina e misteriosa che lo rovescia in mare. A sabotarlo è un’enorme tartaruga rossa contro cui sfoga la frustrazione della solitudine e da cui riceve consolazione alla solitudine.

Meraviglioso film d’animazione di Michael Dudok de Wit, animato a mano con acquarello e carboncino, La tartaruga rossa è parte stessa della natura e parla la sua lingua. Senza la necessità dei dialoghi, questa pellicola, lascia che a parlare sia il linguaggio contemplativo della natura, la luce cangiante, il rumore di un temporale, lo schianto di un tuono, l’infrangersi delle onde, il fruscio delle foglie. La tartaruga rossa è un’opera semplice e metafora della vita stessa, che si dipana attraverso le sue tappe. Esprime un rispetto profondo verso la natura e verso quello che è il giusto rapporto che ha l’uomo con lei, rappresentando l’incapacità umana di vivere da solo senza di essa.

 

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