Dopo il suo debutto al Festival di Cannes 2025, Nouvelle Vague di Richard Linklater ha fatto tappa alla Festa del Cinema di Roma, consolidando la sua reputazione come uno dei film più raffinati dell’anno. La pellicola racconta la genesi del primo lungometraggio di Jean-Luc Godard, À bout de souffle, restituendo l’atmosfera della Parigi del 1959 con una fedeltà sorprendente e lo fa attraverso un cast eccezionale: Guillaume Marbeck interpreta un Godard, Zoey Deutch incarna la grazia enigmatica di Jean Seberg e Aubry Dullin dà vita a un Jean-Paul Belmondo sfacciato e carismatico. Gli interpreti secondari, tra cui Bruno Dreyfürst, Benjamin Clery e Matthieu Penchinat, completano un ensemble che ricrea con grande precisione le dinamiche creative e le tensioni emotive che animavano la nascente Nouvelle Vague. Ecco la nostra recensione del film.

Ambientato a Parigi nel 1959, il film racconta la nascita del capolavoro À bout de souffle (1960) e della cosiddetta “Nouvelle Vague” del cinema francese. Il giovane regista Jean‑Luc Godard — ancora critico e senza esperienza sul set — decide di realizzare il suo primo lungometraggio. Sostenuto dai suoi colleghi della rivista Cahiers du cinéma e guidato da una forte spinta all’innovazione, si butta in un progetto audace, poco convenzionale. Nei giorni del set emergono tensioni: l’assenza di un copione tradizionale, la rapidità delle riprese, la sperimentazione tecnica disorientano attori, produttore e troupe.

Linklater non si limita a narrare eventi storici: cattura lo spirito rivoluzionario e l’urgenza creativa che contraddistinguono quel periodo. La Nouvelle Vague nacque come reazione a un cinema francese ancora legato ai codici della tradizione, con regole rigide e schemi narrativi prevedibili. Godard e i suoi colleghi dei Cahiers du cinéma intendevano costruire un cinema libero e personale, capace di rompere convenzioni, sperimentare con il montaggio, il ritmo e il linguaggio visivo, e riflettere la vita contemporanea. Linklater riesce a trasmettere questa urgenza in maniera reale: lo spettatore sente il fermento culturale, le discussioni animate nei caffè parigini, le tensioni con produttori scettici e le difficoltà logistiche della realizzazione di un film che avrebbe rivoluzionato il cinema.

Al centro della narrazione c’è À bout de souffle e il film di Linklater dedica particolare attenzione a ogni fase della sua concezione e realizzazione. Le sequenze che ricostruiscono le riprese sono meticolose: il jump cut, ormai iconico, viene mostrato non come semplice artificio ma come scelta deliberata di un regista che voleva liberarsi delle regole classiche del montaggio per dare al film ritmo e spontaneità. I dialoghi, spesso improvvisati sul set, riflettono la naturalezza dei personaggi, mentre le inquadrature mosse catturano la vitalità urbana di una Parigi in trasformazione. Dal punto di vista stilistico, il film si distingue per scelte precise. L’uso del bianco e nero e del formato 4:3 non serve soltanto a evocare l’estetica dei film francesi dell’epoca, ma crea un senso di intimità e di immersione nello spazio dei protagonisti. La struttura narrativa si muove continuamente tra le riprese “dietro le quinte” e le scene ricostruite di À bout de souffle, con una consapevolezza meta-cinematografica che permette allo spettatore di comprendere il processo creativo e l’impatto delle scelte stilistiche di Godard. Questa alternanza restituisce la sensazione di partecipare a un processo creativo reale, dove eccitazione e riflessione coesistono.

La fotografia e la scenografia contribuiscono in maniera fondamentale all’esperienza immersiva. L’attenzione ai dettagli, dalle strade parigine ai set cinematografici, fino agli interni dei caffè bohémien, crea un ritratto vivido e credibile di un’epoca iconica. L’illuminazione morbida e naturale, i contrasti tra luce e ombra e la cura delle composizioni visive richiamano direttamente lo stile di Raoul Coutard, direttore della fotografia originale di Godard, restituendo al film autenticità e continuità stilistica con la Nouvelle Vague. Anche il suono e la musica sono utilizzati con grande maestria: i rumori ambientali ricreano la vivacità della città e la colonna sonora, discreta e mai invadente, accompagna senza sovrastare le immagini, rinforzando la sensazione di verità cinematografica.

Le interpretazioni degli attori sono convincenti e contribuiscono in maniera decisiva alla riuscita del film. Guillaume Marbeck regala un Godard credibile, magnetico e tormentato, in cui si percepisce costantemente il conflitto tra aspirazione artistica e limiti materiali della produzione. Zoey Deutch porta sullo schermo la delicatezza di Jean Seberg, creando un personaggio contemporaneo e enigmatico che dialoga con la leggerezza e la sfacciataggine di Belmondo, incarnato da Aubry Dullin. La dinamica tra questi personaggi, così come le interazioni con Truffaut e Chabrol, restituisce la complessità dei rapporti intellettuali e affettivi che hanno caratterizzato la Nouvelle Vague, mostrando come la collaborazione e la competizione creativa abbiano contribuito a plasmare un cinema completamente nuovo.

Linklater costruisce un ponte tra passato e presente, tra la Parigi del 1959 e lo spettatore contemporaneo, dimostrando come le scelte artistiche, per quanto radicali, siano sempre radicate in una sensibilità emotiva e culturale condivisa. Sebbene alcune sequenze più riflessive possano rallentare il ritmo della narrazione, il film convince per coerenza, profondità analitica e rispetto della materia trattata.

Nouvelle Vague è un’opera elegante e immersiva, che celebra la nascita di un movimento rivoluzionario e il genio visionario di Jean-Luc Godard. Attraverso una scrittura meticolosa, una regia raffinata e interpretazioni di grande spessore, il film trasporta lo spettatore al centro della rivoluzione cinematografica francese, permettendo di comprendere non solo la genesi di À bout de souffle, ma anche lo spirito creativo e la filosofia artistica che hanno segnato la storia del cinema mondiale.


Nouvelle Vague arriva nei cinema italiani con Lucky Red nel 2026. Ecco il trailer del film:

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