
Mortal Kombat (1995)
A metà anni 90 Mortal Kombat era diventato un vero e proprio fenomeno globale nel mondo dei videogiochi. La serie poteva contare su un comparto tecnico all’avanguardia, personaggi tanto sopra le righe quanto memorabili, ed una violenza e brutalità mai viste prima. Tutti questi elementi gli valsero sin dal primo episodio la fama di videogioco fortemente controverso se non proibito, garantendone a sua volta il successo tra i ragazzini e gli adolescenti dell’epoca. Prodotto dalla New Line Cinema con alla regia un giovanissimo Paul W.S. Anderson, il primo adattamento cinematografico di Mortal Kombat arriva nel 1995 in contemporanea con li terzo episodio della serie. Nell’urgenza di tirare fuori un soggetto da produrre fu messa insieme in fretta e furia una sceneggiatura tutt’altro che solida che, come vedremo in seguito, non fu l’unico ostacolo da superare per portare a casa il risultato. Ma andiamo con ordine.
La trama prendeva ispirazione dai primi due iconici capitoli videoludici, con alcuni lottatori invitati all’omonimo torneo per decidere le sorti della Terra minacciata dall’Outworld. Nonostante la prestazione del cast non raggiunga chissà quali vette artistiche, alcuni dei membri sono rimasti impressi nella mente dei fan nei loro rispettivi ruoli. È il caso di Cary-Hiroyuki Tagawa, così iconico nel ruolo di Shang Tsung che le sue fattezze verrano riproposte nel recente capitolo videoludico di Mortal Kombat 11, o di Linden Ashby che porta sullo schermo un credibilissimo Johnny Cage. Un improbabile Christopher Lambert, unico attore ad avere un certo starpower nella produzione, venne invece scelto per interpretare Raiden, il Dio del Tuono, mentre a Robin Shou, forse il volto più riconoscibile ed iconico del film, venne data l’opportunità di interpretare Liu Kang.
Con l’inizio delle riprese il cast si ritrovò il più delle volte costretto ad improvvisare le battute. A causa della sceneggiatura raffazzonata, quel che avrebbe dovuto essere un copione si rivelo essere più che altro una traccia, finendo per affidarsi in toto agli attori. In questo clima di incertezza il contributo di Robin Shou andò poi tra l’altro ben oltre la recitazione. Grazie alle sue precedenti esperienze come artista marziale e stuntman nell’industria cinematografica di Hong Kong, divenne uno dei coreografi delle sequenze di lotta, aiutando un cast senza esperienza in materia a portare a casa dei combattimenti tutto sommato ben realizzati.
Insomma tra varie problematiche incontrate sui set in Thailandia, la sceneggiatura scarna e un regista all’epoca ancora senza esperienza Mortal Kombat aveva tutte le carte in regola per essere un disastro assoluto, eventualità che prendeva sempre più consistenza in seguito alle prime deluse reazioni dei fan che parteciparono al primo test screening. Ma è proprio qui che avvenne una svolta decisiva.
Il giovane Anderson, all’epoca trentenne e con un solo lungometraggio all’attivo, fece però la cosa più inaspettata. In un epoca dove non esistevano hashtag e petizioni online, scelse di ascoltare i pareri del pubblico al quale era indirizzato il film, ovvero i fan del videogioco originale. Questi gli rimproverarono la misera quantità di scene di combattimento e l’anonima colonna sonora inserita nel primo montaggio del film, molto distante dai campionamenti elettronici tipici del videogioco. Grazie ad Anderson la produzione tornò quindi sui propri passi inserendo nuove accattivanti sonorità di stampo electronic dance da rave party che segnò un notevole cambio di atmosfera della pellicola. Perla assoluta della colonna sonora di Mortal Kombat è a tutt’oggi il brano Techno Syndrome, realizzato inserendo il famoso urlo di uno spot del videogioco per il mercato americano ed i campionamenti dello stesso. A più di due decenni di distanza il brano realizzato dal collettivo musicale belga The Immortals rimane ancora uno degli elementi più distintivi ed iconici della serie, tanto da meritare un remake in salsa moderna nella tracklist del nuovo film di prossima uscita.
Oltre alla nuova pompatissima colonna sonora Anderson aggiunse anche molte altre scene di lotta tra cui quella iconica tra Scorpion e Johnny Cage, sequenza fortemente ispirata alle atmosfere del cinema orientale che rimane sicuramente una delle più riuscite di tutta la produzione. Tra gli altri fattori riusciti possiamo sicuramente inserire anche il personaggio di Goro, realizzato con un animatronic le cui continue disfunzioni si sono aggiunte alla già lunga lista di problemi, ma capace comunque con la sua stazza ed espressività di rubare la scena.
Possiamo dire che l’adattamento cinematografico del 1995 non nasce per essere necessariamente un BUON film. Come testimoniano i costumi e le caratterizzazioni di Scorpion e Sub-Zero, la cui rivalità viene appena accennata, molti elementi nel loro insieme risulterebbero datati ed ingenui al giorno d’oggi, anche agli occhi degli spettatori meno smaliziati. La pellicola ha tuttavia il merito non indifferente di mostrare cosa fosse effettivamente il fenomeno Mortal Kombat all’apice della sua popolarità a metà degli anni 90, con tutto il campionario effetti speciali, scenografie fantasy, musica techno e Fatality tipiche della saga. Una genuinità che a fronte di 18 milioni di dollari di budget gli fruttò in seguito un incasso di 122 milioni al box-office mondiale, e gli permette ad oggi di essere ricordato con molto affetto anche a 26 anni di distanza. Come definire tutto questo se non una Flawless Victory?
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