Euphoria

Euphoria è una serie tv di genere Drama creata da Sam Levinson e con protagonista la cantante ed attrice Zendaya. La serie segue le vicende principalmente di Rue (Zendaya), drogata che attraverso l’amicizia con un’altra protagonista, Jules Vaughn (Hunter Schafer), inizierà un doloroso processo di riabilitazione; insieme alla storia delle due ragazze vedremo anche quella di Nate Jacobs (Jacob Elordi), prodigio del football e principino del paese dove i protagonisti vivono, e quella di tanti altri ragazzi come Maddy Perez (Alexa Demie) e Christopher McKay (Algee Smith). Tutti questi ragazzi sono alle prese con le loro prime avventure sessuali, droghe ed alcol, oltre che alle pretese dei genitori, che sono forse l’arma più potente che gli è stata puntata addosso dalla società. La serie si distingue da tutte le altre produzioni per teenager portando con sè una cattiveria innata presente davvero in una disillusa generazione che, nata dopo la caduta delle Torri Gemelle, ha iniziato a sentire la caduta del proprio stile di vita. La serie non ha paura di mostrare anche la sessualità dei giovani ragazzi e ragazze protagonisti della serie, raccontando lati oscuri di questa gioventù e delle tribolazioni che devono superare per farsi accettare, in primis dai genitori e poi da compagni e amici. La regia affidata a Levinson stesso, che si occupa di gran parte delle puntate, è uniforme: non stiamo parlando di una regia particolarmente elaborata, anzi, non si perde in virtuosismi eccessivi, seppur ci siano alcune scene visivamente impressionanti, ma che lo sono sia grazie al regista che a tutto il comparto tecnico: musiche e fotografia infatti vanno a completare un lavoro perfetto di costruzione della decadenza dell’Americana Gioventù di questo paese.  Euphoria non è una serie facile, se volete approcciarvi ad essa, prendetevi i vostri tempi, niente binge watching, potrebbe risultarvi difficile o almeno non sostenibile psicologicamente.

Per approfondire, ecco la nostra recensione completa: Euphoria Stagione 1 – Il Ritratto di una decadente America

Fleabag – Stagione 2

Fleabag è una delle serie comiche più interessante nate dalla co-produzione tra BBC e Amazon Studios. Tanto che Phoebe Waller-Bridge, già autrice del testo teatrale da cui la serie è tratta, ha firmato un’esclusiva con il servizio di streaming per la produzione di nuovi prodotti televisivi e non. La serie racconta della donna che da il nome alla serie e delle problematiche della sua vita, come le difficoltà economiche legate alla sua attività e alla sua vita sentimentale. La seconda stagione della serie, distribuita internazionalmente da Amazon si dimostra ugualmente divertente e anche parecchio sbroccata, Fleabag continua a seguire i suoi distruttivi istinti, che di fatto la mettono contro anche le persone che ama. La serie si contraddistingue dunque da tutte le produzioni per il tipico humor Inglese che costella gran parte delle battute e di cui ammettiamo in redazione di avere un debole.

Good Omens

BBC e Amazon Prime si mettono insieme per adattare uno dei romanzi più noti di Neil Gaiman e Terry Pratchett, “Buona Apocalisse a tutti”. La serie segue Azraphel (Michael Sheen) e Crowley (David Tennant), rispettivamente un angelo ed un demone, incaricati dalle rispettive parti di tenere sotto controllo l’anticristo ed assicurarsi che il grande piano si compia. I due però hanno un piano per diverso in mente, evitare l’Apocalisse non facendo avverare il destino del bambino demoniaco. Nel frattempo Anathema Device (Adria Arjona), erede di Agnus Nutter, si mette alla ricerca dell’anticristo cercando di portare a compimento il proprio destino. In mezzo a tutto questo ci si metterà anche Newton Pulsifer (Jack Whitehall) un ingegnere informatico non molto fortunato. La serie, sopratutto grazie al lavoro di Gaiman, che è anche showrunner, risulta in certi punti non blasfema ma ironica, sopratutto perché come protagonista di molte gag che smitizzano la religione c’è Azraphel, angelo affabile e alcune volte anche ingenuo nella sua bontà. Crowley, interpretato da David Tennant, diventa così il contraltare perfetto per l’Azraphel di Sheen: un irriverente, pazzo demone, che trova la gioia negli elementi futili della vita terrestre. Non mancano personaggi biblici come Gabriele, interpretato da Jon Hamm, che è proprio uno stronzo. La serie, derivando da un libro di appena 300 pagine, deve per forza allungare un pò il brodo, e per farlo gli autori aumentano lo screen time degli altri angeli e demoni, creando così un microcosmo interessantissimo da vedere al lavoro e che così facendo non fa risultare sprecati attori come Jon Hamm. La voce narrante di Dio, Frances McDormand, seppur all’inizio possa sembrare invadente, diventa solo un di più in vari punti della storia, evitando inutili e lunghi monologhi mentre i protagonisti compiono il proprio destino. Tutto l’affresco che continua a dipingersi davanti ai nostri occhi nella realtà trova uno spazio di discussione nella serie, che ha decisamente modo di dimostrare quanto non sempre la frase “quello che succede in un libro non può essere adattato perfettamente al cinema” sia valida: non si tratta di cinema ma di televisione, è vero, ma il lavoro sembra veramente sentito da tutti, dalla produzione al cast.

Per approfondire, ecco la nostra recensione completa: Good Omens – L’Ineffabile piano di Azraphel e Crowley | Recensione

Mindhunter – Stagione 2

Dopo una lunga attesa ha fatto ritorno Mindhunter, serie creata da David Fincher che narra della nascita della BAU (Behavioral Analysis Unit) di Quantico. Holden Ford (Jonathan Groff) e Bill Tench (Holt McCallany) continuano ad intervistare vari criminali statunitensi con l’aiuto di Wendy Carr (Anna Torv), mentre il Bureau deve affrontare le pressioni nate in seguito alla nascita dell’unità di scienze comportamentali. In tutto questo caos arriva Ted Gunn (Michael Cerveris), nuovo capo dell’unità e figura di potere di Washington. Questa seconda stagione di Mindhunter copre, come già anticipato, gli anni che vanno dal 1979 al 1981 all’incirca, ed oltre alle interviste di criminali come Charles Manson (Damon Herriman), la serie ci porta ad Atlanta, che sta diventando lo scenario di un caso di omicidi seriali senza precedenti che vede come vittime tanti bambini di colore: l’etnia di questi bambini e la necessità di portare più turismo nella città terranno la polizia a freno dall’indagare su questi omicidi e creeranno non pochi problemi a Ford e Tench, intenti scoprire il colpevole. Il talentuoso David Fincher in questa seconda stagione si rimette ad occuparsi di solo 3 episodi su 9, ma comunque la sua impronta si sente su tutta la stagione. Ford continua a seguire la pericolosa china che già stava varcando nella prima stagione, mentre l’unità viene chiamata sempre di più ad occuparsi di casi in corso dall’alto profilo. L’attesa per la seconda stagione di Mindhunter si è fatta davvero sentire, con tanti fan che attendevano il ritorno degli interrogatori dei serial killer e anche delle storie personali e investigative della neonata unità; l’attesa certamente sarà stata lunga, ma non è stata per nulla ingenerosa nei confronti della serie, sopratutto perché la seconda stagione di Mindhunter, seppur non abbia più dalla sua l’essere una novità continua ad inquietante nel raccontare con precisione storie crudeli che non vi faranno quasi dormire la notte.

Per approfondire, ecco la nostra recensione completa: Mindhunter Stagione 2 – Ritorno alle scienze comportamentali 

Mr. Robot 4

La serie tv creata da Sam Esmail che da 2015 tiene gli spettatori incollati allo schermo si conclude con una quarta stagione a dire poco strepitosa. Raramente abbiamo visto una serie così potente, che riesce a trattare tanti temi e fenomeni attuali, analizzando con lucidità le complessità della contemporaneità. Il tutto sapendo sfruttare con maestria un attore protagonista come il premio Oscar Rami Malek, che sin dal primo minuto della prima puntata aveva dimostrato di poter tenere sulle sue spalle tutto il peso della serie. Una stagione finale che parte lenta, come spesso ci ha abituato la serie, per poi aumentare esponenzialmente il ritmo, come episodi a dir poco sublimi che non si sono mai posti limiti. In sostanza la quarta stagione di Mr. Robot dimostra a tutti come vada chiusa una serie tv, con uno dei finali più belli e intesi degli ultimi anni.

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